Leo Pari

Hotel Califano

2018 (Foolica) | pop, songwriter

A due anni da "Spazio", che attraverso un cantautorato imbellettato dal pop aveva rilanciato Leo Pari nell'indie italiano, il romano se ne torna ora sulle scene con "Hotel Califano", indossando vesti ancor più appariscenti di quelle precedenti. Almeno in partenza, il motore di tutto stavolta pare essere la prolifica attività da turnista nel frattempo avviata con i TheGiornalisti, di cui il cantautore è diventato una sorta di membro aggiunto e ai quali, innegabilmente, quest'album deve molto. Laddove, infatti, il predecessore lasciava Pari sulle sponde di un genere che, per quanto rivisitato, era ancora assimilabile al cantautorato e comunque più vicino al pop di Battisti che ad altre sue declinazioni, gli abiti succinti di questo nuovo lavoro traversano il guado verso lidi dichiaratamene simili a quelli radiofonici propri della band di Paradiso, mescolando le loro suggestioni più attuali (i singoli "Riccione" e "Senza") al gusto retrò già di "Fuoricampo".

A questo punto, qualora venisse il dubbio su dove sia la cifra strettamente personale e il valore aggiunto di tutto ciò, la risposta è presto detta: semplicemente, "Hotel Califano" è la versione politicamente scorretta, esagerata e autoironica (ma neanche troppo) di un disco qualsiasi degli ultimi TheGiornalisti. A legittimare un'operazione che potrebbe scadere nel suo immediato cono d'ombra ci pensa il modus operandi con cui la stessa è stata condotta in porto: un'incoscienza sfrenata che mette Pari nella condizione di spingere sull'acceleratore in ogni situazione, per definire una creatura che, proprio per l'istrionismo delle sue esagerazioni, si tiene comunque a distanza di sicurezza dalla band capitolina.
A partire dai riferimenti in ballo - affini, ma decisamente più ampi di quelli su cui poggiano i TheGiornalisti - l'album si dimostra infatti bulimico verso la tradizione della musica leggera italiana, rivisitandone oltre trent'anni di storia in una chiave elettro-funk dalle sfumature dance ultracontemporanee. Così finisce che queste vesti sferzanti e mondane, figlie in libertà dell'ossessione per i synth già in "Spazio", non risparmino nessuno: il Marco Masini d'annata che finisce in "Dirty ti amo", il feticcio del primo Vasco Rossi della tropicale "Chimica", l'Alan Sorrenti ritrovato in "Freshdance" e, ovviamente, gli Stadio, presenti soprattutto nei tributi apodittici di "Venerdì" e "Una canzone per". Non potevano non andare nella stessa direzione anche le liriche, che ricostruiscono in maniera amplificata quell'estetica romantica, godereccia e a tratti inevitabilmente posticcia della band di Paradiso, infarcendo il piatto di slang e citazioni in abbondanza.

L'esperimento, pure divertente nel suo edonistico e divertito autocompiacimento, ha un unico, grosso limite: il confine che divide il serio dal faceto, il divertente e spensierato pezzo estivo dall'ammiccamento ruffiano e volgare è labile, quasi impercettibile. Quest'ambiguità di fondo fa sì che si alternino efficaci divertissement che non vogliono esser presi sul serio ("Mina", "Aroma") ad autentiche cadute di stile. Questo perché, quando il filo su cui muoversi è tanto sottile, l'esagerazione va portata avanti con criterio e Pari, pur mostrandosi caparbio e generoso nella stesura delle melodie, non sempre riesce in questo. Difatti al secondo ascolto gran parte del citazionismo scade già in una ridondante leziosità, qualche pezzo appare persino didascalico (la già citata "Freshdance") e, soprattutto, diversi arrangiamenti si fanno kitsch ed eccessivamente ammiccanti, con produzioni elettroniche sovrabbondanti, pericolosamente vicine a una radiofonia volgare e zoppicante ("Chimica" su tutte, ma anche i testacoda dei due intermezzi sbarazzini).

Stesso problema per i testi, che nelle intenzioni dell'autore dovrebbero cercare il cielo come scanzonati e malinconici inni alla vita ma che, il più delle volte, restano invece impigliati nell'annosa questione del buon gusto, lasciandosi andare a episodi privi di reali guizzi ("Giovani playboy") o addirittura beceri nell'incarnare ora una goffa spensieratezza ("Venerdì"), ora una goliardia di dubbio gusto ("Dirty ti amo"), entrambe comunque mai legittimate neanche dall'atmosfera generalmente frivola che il disco stesso ostenta per tutta la sua durata.
In mezzo, in ogni caso, qualcosa di davvero solido c'è: l'introduttiva "Montepulciano", ad esempio, composta a quattro mani proprio con Tommaso Paradiso, è un bel saggio di scrittura che centra il bersaglio, calibrando in maniera divertente e divertita esagerazioni, estetica romantica e arrangiamenti, così da poter rischiare con successo un inciso battistiano su un tappeto Edm ben ammaestrato, a protezione di un gusto pop qui davvero encomiabile. Ma si tratta comunque di isolati fuochi di paglia, di acuti che non fanno altro che confondere le carte intorno a un lavoro ambiguo, che a spunti interessanti alterna diversi spifferi di pessimo gusto. Un bello scherzo, sì, ma in cui l'autore ha calcato troppo la mano.

(02/07/2018)

  • Tracklist
  1. Montepulciano
  2. Venerdì 
  3. Chimica
  4. Una canzone per 
  5. L'amore
  6. Freshdance
  7. Dirty ti amo 
  8. Aroma
  9. Hotel Califano
  10. Non ti scordare di me
  11. Giovani playboy
  12. Mina
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