Let's Eat Grandma

I'm All Ears

2018 (Transgressive [PIAS]) | electropop

Avete presente quando nei film di una volta un gruppo di bambini irrompe per la prima volta nella soffitta di una vecchia magione, dove probabilmente si sono trasferiti non molto volentieri con la famiglia, e si ritrova circondato da giocattoli d’altri tempi, enormi bauli, carillon d’epoca e soprammobili impolverati? Lo stupore di quei bimbi è esattamente lo stesso provato da me quando due anni fa ho messo su il disco d’esordio delle all’epoca diciassettenni Rosa Walton e Jenny Hollingworth, in arte Let’s Eat Grandma. Il loro primo full length è infatti un universo alt-pop infantile e incantato, che fonde Bjork e le CocoRosie con gli immaginari dei fratelli Grimm e di Christian Andersen. Un mondo musicale infestato da funghi magici e popolato da novelle Raperonzole, che trova qualche precedente solo in quel delizioso progetto di una decina d’anni fa intitolato Dead Man’s Bones, dove Ryan Gosling – sì, quel Ryan Gosling - alternava strofe indie a coretti spiritati di bambini mascherati da fattucchiere, fantasmini e chi più ne più ne metta.

Stupiscono anche questa volta le Let’s Eat Grandma, ma per motivi quasi contrari. È chiaro sin dalle prime due o tre tacce: con “I’m All Ears” le Nostre hanno messo da parte gli strumenti giocattolo e le tastierine vintage dell’esordio, rimpiazzando il tutto con una produzione che farebbe invidia a Lorde e che punta tutto su atmosfere pop molto moderne e accattivanti. Battiti belli spessi cadenzano quasi ogni traccia, e i sintetizzatori adoperati passano da atmosfere bittersweet tardo-estive (“It’s Not Just Me”) a suoni più violenti e taglienti importati dalla Scandinavia elettropop – il cantato ricorda molto spesso Karin Dreijer - di una decina di anni fa (“Hot Pink” e “Falling Into Me”, che sul finale serve anche un intrigante assolo di flauto sintetico).

Questo sophomore riesce a rendere il suo suono, certamente meno originale di quello proposto due anni fa, comunque intrigante. Ottiene ciò grazie alle architetture e agli sviluppi mai banali dei brani, che tradiscono la passione mai sopita delle due gemelline immaginarie per il pop più progressivo. “Cool & Collected”, resa notturna dalle sbavature drammatiche di una chitarra 90’s, e “Donnie Darko” durano rispettivamente nove e undici minuti, non propriamente quello che ci si aspetterebbe da un disco pop, insomma. Quest’ultima, probabilmente il miglior brano del lotto, impressiona per come interpreta la lezione di Giorgio Moroder – possibilmente appresa attraverso la lente dei Daft Punk - facendo sgusciare un bpm house da tessiture di chitarra languide e scheletriche, per poi condurre il brano a un finale sintetico in pompa magna.

Superato il dispiacere per l’inversione quasi "a U" rispetto agli umori del beneamato disco d’esordio e skippati un paio di brani deboli – “I Will Be Waiting” sembra una B-side di Shura - “I’m All Ears” è una scommessa vinta che stuzzica la curiosità per il futuro di queste due giovanissime musiciste di Norwich.

(09/07/2018)

  • Tracklist
  1. Whitewater
  2. Hot Pink
  3. It's Not Just Me
  4. Falling Into Me
  5. Snakes & Ladders
  6. Missed Call (1)
  7. I Will Be Waiting
  8. The Cat's Pyjamas
  9. Cool & Collected
  10. Ava
  11. Donnie Darko


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