Mazzy Star

Still Ep

2018 (autoprodotto) | psych-pop, dream-pop

I Mazzy Star ci hanno già abituati alle lunghe attese tra un album e l'altro, come se per loro il tempo non scorresse alla stessa velocità di noi comuni mortali, come se nel mondo di questi architetti di un paesaggio nostalgico e malinconico, il tempo fosse tanto rallentato da perdere ogni significato. Da una parte l'incantevole musa Hope Sandoval, dall'altra le tessiture ipnotiche di David Roback: entrambi gli elementi sono in grado di trasportarci in un universo nel quale estraniarsi è sempre piacevole, fino a creare quasi una dipendenza per chi in quelle trame si perde davvero.

D'altronde è lecito affermare che i Mazzy Star abbiano detto tutto col capolavoro "So Tonight That I Might See" (1993) e che i loro album successivi abbiano percorso la medesima strada, dove sono i dettagli e i piccoli ma significativi particolari a rendere ogni brano un breve abbozzo senza tempo. Dopo cinque anni da "Seasons Of Your Day", il duo torna col breve Ep "Still", contenente appena tre brani inediti e una cover di una delle loro tracce più importanti, il fenomenale trip raga di "So Tonight That I Might See". Tre soli brani nuovi, ma i californiani dimostrano di aver sempre in mano il grimaldello per aprire le porte per farci entrare nel loro mondo perduto.

"Quiet, The Winter Harbour" è una ballata malinconica degna delle notti fumose di "Twin Peaks", introdotta da un breve piano classico cui segue la chitarra magnifica di Roback, tanto lenta e ipnotica da dar l'impressione di non dover mai finire. Il folk psichedelico di "That Way Again" è un viaggio nel tempo tra Joni Mitchell e Jerry Garcia, una sonnolenta escursione nella storia degli anni 60 al rallentatore. I Mazzy Star continuano a non inventare nulla, ma tutto è sempre perfetto e irresistibile. "Still" (come dire "ci siamo ancora") è più anomala con il suo chitarrismo scarno ed essenziale, la voce parlata di Sandoval e un arco in sottofondo simile ai leggendari bordoni di John Cale nei Velvet Underground.

La chiusura poteva essere un clamoroso rischio; proporre una versione alternativa di un brano fondamentale degli anni 90 come "So Tonight That I Might See" dimostra una buona dose di coraggio. Se la versione del 1993 era stata il vertice di un album-capolavoro, mirabile allucinazione slowcore tra Velvet Underground e Doors, quella del 2018 si libera di ogni struttura per avventurarsi in improvvisazioni senza ritmi con chitarre iperlisergiche che ricordano quelle di Conny Veit di "Hosianna Mantra", percussioni tribali in stile Maureen Tucker e lunghi tappeti di synth parenti dei viaggi cosmici degli Ash Ra Tempel. Non era facile reggere il confronto con la versione del 1993, ma per quanto nel complesso sia inferiore, questa nuova versione ha una sua originalità e un suo interesse.
I Mazzy Star sono ancora tra noi, nel loro mondo ci si sente ancora a casa dopo ben ventotto anni.

(09/06/2018)



  • Tracklist
  1. Quiet, The Winter Harbor
  2. That Way Again
  3. Still
  4. So Tonight That I Might See (Ascension Version)


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