Ministry

AmeriKKKant

2018 (Nuclear Blast) | industrial-metal

I Ministry sono un nome assolutamente familiare per i fan del così detto industrial-metal, genere ibrido che tra fine anni Ottanta e inizio Novanta, periodo quest'ultimo della sua esplosione presso il pubblico alternative, ha tenuto banco proponendo un suono allo stesso tempo violento e futuristico; in esso venivano uniti in vari modi e gradi elettronica apocalittica, chitarre elettriche in loop, elementi industriali, consegnando un suono percepito come nuovo e fresco da una generazione cresciuta tra suggestioni cyber-punk. Se i Nine Inch Nails di Trent Reznor conquisteranno una gran fetta del pubblico indie, raffinandosi poi negli anni e ottenendo una posizione di rilievo nel pantheon del rock moderno, la creatura di Al Jourgensen seguirà invece un discorso sempre più improntato verso il versante metal, tanto da conoscere negli anni diverse formazioni e incarnazioni dove elementi thrash (ma anche punk) prenderanno il sopravvento rispetto a drum machine e campionamenti. L'unica costante è proprio l'eccentrico artista americano di origine cubana, personaggio non facile, tediato negli anni da problemi di alcol e droga, spesso descritto dai suoi collaboratori come sregolato e pronto a comportamenti anche violenti.

A quanto pare i Ministry sono un vizio a cui Jourgensen non riesce a rinunciare, ed ecco che ora tornano sotto la label tedesca Nuclear Blast con “AmeriKKKant, disco chiaramente incentrato sulla situazione politica americana e ferocemente critico nei confronti di Donald Trump. Un lavoro che riparte da dove si era fermato il discorso, proponendo suoni vagamente metal, strizzatine d'occhio al passato remoto e recente, e vagonate di campionamenti vocali a tema politico; purtroppo il risultato è decisamente noioso e, soprattutto, totalmente inutile.
Un songwriting approssimativo vede pezzi che suonano più come un insieme di intro e outro con poche idee, piuttosto che come canzoni finite, puntando su slogan a tratti imbarazzanti e approcci ingenui, che ricordano più una band punk-rock adolescenziale che uno juggernaut che ha fatto la storia del metal a tinte industriali, nonostante i tentativi falliti di ricatturare certe atmosfere proprie dei dischi che hanno fatto la fortuna dei Nostri.

Se l'iniziale “I Know Words” è un pasticcio senza né capo né coda dove turn tables e sax si uniscono a elementi orchestrali che vorrebbero generare una tensione cinematica che semplicemente non c'è, condito da campionamenti vocali di Trump, la successiva “Twilight Zone” rialza momentaneamente le quotazioni con un brano apocalittico fatto di batteria martellante e bordate di chitarra marziali; troviamo le fisarmoniche di “Houses Of The Molé” in uno dei richiami non certo velati a quanto fatto a inizio Duemila, e il tutto funziona, senza far gridare al miracolo. Purtroppo, le cose precipitano ancora con pezzi come “Wargasm”, tedioso nella sua costruzione fatta di un crescendo serpeggiante che non porta a nulla e nei suoi cori che vorrebbero essere emotivi, o “Antifa”, con la sua tirata anti-establishment che ricorda una versione inoffensiva delle cavalcate da tregenda di “Psalm 69”.

Un album decisamente poco trascinante, spesso noioso e basato sul voler cavalcare un certo tema accattivandosi un pubblico giovane, piuttosto che su brani convincenti e ideati con cognizione di causa. I vari episodi sembrano un insieme di elementi attaccati insieme senza una vera logica, tra continue riprese dei discorsi di Trump, fraseggi trascinati, ed esperimenti che vorrebbero richiamare gli elementi lisergici del passato, ma che fanno solo rimpiangere la mancanza di validi collaboratori in grado di indirizzare le idee di Jourgensen come avveniva allora. Una parodia involontaria di una band che nei fatti ha cessato di esistere da svariati anni, e che viene tenuta in vita ormai per puri scopi commerciali da un musicista che ha perso da altrettanto tempo ogni vera motivazione e interesse a sviluppare qualcosa di coerente, e soprattutto di concreto: forte è il sospetto che la copertina, con una Statua della Libertà che si mette una mano sulla faccia piena di vergogna, sia fin troppo adatta alla musica qui proposta.
Bocciato, e speriamo che non ci sia un ennesimo appello. 

(29/03/2018)



  • Tracklist
  1. I Know Words
  2. Twilight Zone
  3. Victims Of A Clown
  4. TV5/4Chan
  5. We're Tired Of It
  6. Wargasm
  7. Antifa
  8. Game Over
  9. Amerikkka
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