Mitski

Be The Cowboy

2018 (Dead Oceans) | alt-rock, art-pop, songwriter

Addentrarsi in un album di Mitski, nella poetica quotidiana dei suoi testi, equivale a entrare in contatto con lati del proprio essere che vorremmo tenere a debita distanza da noi. Non si tratta necessariamente di quelli tragici e dolorosi, più probabilmente sono quelli che ci disarmano, ci mettono a nudo nelle nostre contraddizioni, nei nostri desideri non corrisposti e nei nostri motivi di imbarazzo, ponendoci continue domande, senza alcuna garanzia di risposta. Al solito, più che la meta finale è il percorso ad assumere reale importanza, ed è proprio ai passi compiuti sul cammino che la cantautrice nippo-americana ha dedicato la sua intera carriera, provando a trovare piccoli frammenti di poesia nel suo incessante scavo psicologico.

Con “Be The Cowboy”, quinto album in saccoccia (primo però sotto i riflettori giudicanti del macrocosmo indie), l'autrice non rinuncia affatto al suo peculiare estro narrativo, casomai lo estremizza, lo convoglia in un ventaglio stilistico di maggiore respiro, donandogli nuovo carattere e freschezza espressiva. Con un'allure pop che pareva ormai confinata agli esordi discografici, unita alla confidenza necessaria per scavalcare gli argini alt-rock/slacker dei precedenti lavori, quello di Mitski parrebbe essere il profilo adatto per affrontare con successo le rapidissime fluttuazioni di consenso dell'attuale pubblico. Eppure, gli scogli da superare sono tutt'altro che banali.

Sempre votata a una scrittura obliqua, sfuggente, raramente prona alla semplice sequenza strofa-ritornello, l'autrice opera di contrasto come mai prima d'ora, sfruttando accordi in maggiore, composizioni più esili e leggiadre, giocosi scherzi sintetici che fanno capolino in un discreto numero di brani. Il tutto, senza snaturare minimamente il portato dei propri testi, la vibrante forza del loro contenuto. Nel caso, vengono semmai esaltati, come dimostra “Nobody”, effervescente motivetto indie-pop che nelle sue forme funk in fascia St. Vincent, nelle sue spensierate accordature e nei cambi melodici nasconde una verità decisamente più oscura e amara, quella di una solitudine senza scampo, di un'incapacità totale nell'allacciare rapporti umani.
A volte il discorso si fa più diretto e senza fronzoli (l'imponente apertura affidata a “Geyser”, struggente canzone d'amore avvolta da un inesorabile crescendo sonico), tuttavia il contesto generale predilige una maggiore sofisticazione, si correda di una libertà espressiva e formale che i precedenti lavori appena accennavano.

Si tratta però di una libertà che va saputa gestire, che può portare a grossi scivoloni se non incanalata a dovere. Indubbiamente Mitski ha mostrato di avere la personalità necessaria per ritagliarsi una nicchia espressiva totalmente sua, si tratta però di uno spazio nel quale ancora non si trova perfettamente a suo agio, con cui il dialogo è soltanto agli inizi. L'autrice mostra grande curiosità stilistica e non ha paura di corredare i propri racconti dei più disparati abiti sonori, a volte dal raffinato gusto vintage (i ricami chamber/jazz-pop, venati di leggeri rivoli sintetici, di “Old Friend”;  le forme sixties del solare quadretto domestico “Me And My Husband”, con tanto di organetti e melodiole strumentali), a volte dal tocco più sperimentale (i droni tastieristici di “Pink In The Night”, lo stomper decostruito di “Washing Machine Heart”). Il prezzo però di una così ampia variabilità timbrica risiede in una scrittura appiattita, incapace di assestare un cazzotto decisivo, sempre sospesa in un limbo che, per quanto voluto, ne penalizza gli esiti finali, disperdendo molto del potenziale dei brani.

Tra flussi di pensiero affidati alla sola forza del testo (il disperato abbandono college-rock di “Blue Light”; la riflessione slacker sui rapporti tossici di “A Pearl”), rapidi stacchetti in un lavoro già di suo alquanto succinto (“Come Into The Water”), melodie appena abbozzate in un altrimenti bel disegno strumentale (“Why Didn't You Stop Me?”), si staglia il profilo di una musicista alquanto ricettiva e in piena trasformazione, ma ancora non del tutto risolta dal punto di vista comunicativo. Sotto molti punti di vista i due singoli di lancio indicano però la strada da percorrere: se saprà affiancare al suo talento narrativo e alla sua sete di sperimentazione canzoni meglio strutturate, il grande disco è già bello che scritto.

(04/09/2018)

  • Tracklist
  1. Geyser
  2. Why Didn't You Stop Me?
  3. Old Friend
  4. A Pearl
  5. Lonesome Love
  6. Remember My Name
  7. Me And My Husband
  8. Come Into The Water
  9. Nobody
  10. Pink In The Night
  11. A Horse Named Cold Air
  12. Washing Machine Heart
  13. Blue Light
  14. Two Slow Dancers




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