Neneh Cherry

Broken Politics

2018 (Smalltown Supersound) | avant-soul, electronic, r&b

Neneh Cherry è un’artista fenomenale, i cui progetti musicali sono frutto di riflessioni e di collaborazioni che maturano nel tempo. Cresciuta tra Svezia e Stati Uniti in un milieu culturale quantomai ricco e stimolante - la madre Moki era una celebre artista visiva, il padre un percussionista della Sierra Leone e il padre adottivo, Don Cherry, uno dei maggiori esponenti del free-jazz - Neneh da adolescente abbandona la scuola e si trasferisce a Londra, vivendo in uno squat e iniziando a collaborare con Poly Styrene delle X-Ray Spex e le Slits.

Il suo percorso musicale definisce un’artista contemporanea a tutto tondo, per il quale la musica prodotta non si slega dalle buone pratiche artistiche e dal dialogo con le altre arti, fondamentale nei generi che l’hanno influenzata, per cui l’elaborazione di opere coerenti e complesse passa da un lungo processo di gestazione. I suoi trascorsi hip-hop, il brano-manifesto “Woman”, la celebre hit “7 Seconds” insieme a Youssou N’Dour, così come il profondo sodalizio artistico con il marito - il musicista e produttore Cameron McVey - e le collaborazioni con Robert “3D” Del Naja dei Massive Attack, The Thing di Mats Gustafsson e Four Tet, rientrano nel percorso di un’artista senza limiti di genere, che non si allinea alle tempistiche dell’industria discografica e che produce i propri dischi in maniera irregolare, senza mai però allontanarsi dalla pratica musicale.

L’inizio del disco è semplicemente perfetto, con la doppietta “Fallen Leaves” e “Kong”, brani che rimandano a sonorità elettroniche anni Novanta e Zero. Gli arrangiamenti di arpa e vibrafono del brano di apertura, di “Synchronized Devotion”, “Black Monday” e “Soldier”, così caratteristici della produzione di Four Tet - basti pensare all’ultimo album solista “New Energy” (2017, Text Records) - richiamano anche la fase “Vespertine” (2001, One Little Indian) di Bjork, altra artista “totale” che ha raccontato il passaggio tra i due millenni e che, come la Cherry, cura i progetti musicali come progetti artistici completi, includendo nella sua riflessione gli artwork, i videoclip e il look.

Ogni brano di “Broken Politics” ricorda soprattutto due cose fondamentali: la micidiale musicalità e la capacità di storyteller della Cherry, che la ricollegano sia al passato, e alla tradizione, di cantautori r’n’b/soul come Curtis Mayfield per i quali il “personale è politico”, sia al presente, e alla storia, delle ricerche artistiche a sfondo socio-culturale come il progetto “Coin Coin” di Matana Roberts, sulla diaspora degli africani.
Il sound, il groove e le pulsazioni del disco provengono invece, ancora una volta, da quel coacervo di esperienze musicali meticce che è il Regno Unito, da Bristol e da Londra soprattutto negli anni Novanta, anni retro-futuristici. Ed è esattamente questa la prospettiva in cui vuole inserirsi, e portarci, “Broken Politics” attraverso dodici brani in cui la Cherry racconta ciò che vede - dalle coste di Calais in Francia ai sobborghi degli Stati Uniti per parlare di emarginazione - e come si posiziona lei stessa come artista nel mondo, cosciente delle proprie responsabilità: “It's my politics living in the slow jam/ Everything low, rain slow/ Play for supreme/ Delightful, painful/ Play with me synchronized/ I’m a Pisces hanging from the vine/ Live it out a day at a time/ My name is Neneh” (da “Synchronized Devotion”).

Nel disco si trovano anche richiami alla storia e alla cultura afroamericana: i campionamenti di “Natural Skin Deep”, con uno strepitoso estratto strumentale di Ornette Coleman, storico collaboratore del padre adottivo; i riferimenti alla schiavitù in “Poem Daddy” e “Shot Gun Shack”, le piccole abitazioni dove vivevano gli afroamericani, definite dal fatto di poter essere attraversate con un colpo di pistola da parete a parete.

Neneh Cherry conferma ancora una volta di essere un’artista in grado di influenzare anche le musiciste più giovani, condensando nella musica ricerche interdisciplinari e transculturali. A oggi è di fatto il Regno Unito a restituire i peculiari talenti di Kate Tempest e Tirzah, tra spoken-word e soul, tra le serrate pulsazioni della poesia civile della prima e le polimelodie intimiste della seconda. Di questa Europa che si sta sgretolando - “Europe is Lost” canta la Tempest - Cherry racconta la disconnessione tra umano e dis-umano con il tentativo di trovare dei valori (sub)culturali comuni. Per questa operazione personale e politica chiama a sé la parte più virtuosa del vecchio continente in epoca Brexit: le ibridazioni globali di Four Tet e Massive Attack, lo sguardo antropologico di Wolfgang Tillmans e la visionarietà afrofuturista di Jenn Nkiru.

Quella di Neneh Cherry è una “quiet revolution”, in un momento in cui siamo tutti bombardati da news e fake news, in cui sono calpestati i diritti umani e in cui egoismo ed emotività prendono la pancia di Europa, Regno Uniti e America. La cantautrice svedese cerca di acquietare lo spirito e di creare pulsazioni rarefatte e groove ripetitivi per anime e corpi, creando un raffinato rituale di ascolto della parola. Il disco infatti colpisce meno di “Blank Project”, nel senso proprio fisico di scuoterti, e forse a tratti può suonare quasi anacronistico. Ma la “quieta rivoluzione” retro-futurista dell’artista svedese porta verso la voce e la parola, verso le qualità dell’umano e il valore della collaborazione, sfoggiando un’eleganza, una padronanza e una classe straordinarie. 

Slow Jam
Coming with memory
Don't live for nostalgia
But the impact of everything resonates

(29/10/2018)

  • Tracklist
  1. Fallen Leaves
  2. Kong
  3. Poem Daddy
  4. Synchronised Devotion
  5. Deep Vein Thrombosis
  6. Faster Than The Truth
  7. Natural Skin Deep
  8. Shot Gun Shack
  9. Black Monday
  10. Cheap Breakfast Special
  11. Slow Release
  12. Soldier


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