Nils Frahm

All Melody

2018 (Erased Tapes) | ambient-elettronica, modern classical

Non è certo la prima volta che ci viene raccontata la “rinascita” di un artista in seguito a una crisi d’ispirazione, o addirittura esistenziale. L’enorme successo del tour di “Spaces” ha segnato per Nils Frahm il passaggio da giovane promessa a richiestissima star internazionale, riconosciuta da un pubblico non più settoriale e quindi soggetta a numerosi sold-out.
In seguito a questo balzo di notorietà repentino e fuor di proporzione, il pianista tedesco ha comprensibilmente avvertito, senza tanto clamore, la necessità di farsi da parte e mettere ordine alle idee, ritrovando un più stretto contatto con il proprio sentire. L’evento fondamentale del suo 2017 è stato il processo di trasferimento logistico in un nuovo studio berlinese, "Saal 3": di fatto un passaggio liminale, oltre il quale la fatica fisica e la soddisfazione del traguardo hanno lasciato finalmente sgorgare nuova ispirazione, confluita in ben 72 minuti di nuova musica.

Proprio per questo stupisce ancora di più che l’ingresso non sia affatto epico né prorompente, ma che appaia piuttosto in veste di ritmi e armonie tali da instillare il dubbio che oltre la testa rasata e il periodo di sostanziale eremitaggio si celi una sorta di svolta misticheggiante. Sta di fatto che “All Melody” presenta chiari sentori new age e delicate influenze world, sia nell’uso delle percussioni (bass marimba) che nelle comparsate della tromba di Robert Koch, à-la Jon Hassell (“The Whole Universe Wants To Be Touched”, “Human Range”, “Fundamental Values”).

Una vera pace dei sensi alla quale voci femminili fanno da ulteriore corollario con un canto vocalico su accordi di organetto del tutto simile ai duetti di Meredith Monk e Katie Geissinger, per poi far spazio alla gentile avanzata dei sintetizzatori (“Sunson”), protagonisti assoluti di questo atteso ritorno. Anche la divagazione lunare “A Place”, prossima ai lavori con Ólafur Arnalds, ben presto attira a sé un andirivieni di cori (Shards) e il diafano violoncello di Anna Müller, coloriture che richiamano invece la sensibilità dell’altrettanto celebrato Jóhann Jóhannsson.

Un unico assolo di pianoforte ci riporta ai consueti stralci di malinconia distillata (“My Friend The Forest”), mentre la titolare “All Melody” e il suo naturale prosieguo “#2” – per un totale di venti minuti – somigliano a epigoni ambientali del climax “Says”, arricchiti soltanto da linee percussive ovattate. Nel mezzo di tutto ciò sta incastonato un “Momentum” di solenne rapimento sacrale che però, inaspettatamente, ritorna ancora una volta al tema della title track, generando una ridondanza che non pare nemmeno giustificata da un’idea di suite in più parti.

Con le quiete ritmiche post-minimali dei lunghi (a volte interminabili) brani di “All Melody” succede, insomma, qualcosa che non ha precedenti nella produzione dell’enfant prodige teutonico: ogni elemento scivola verso il secondo piano acustico, l’intensità e l’enfasi delle più toccanti melodie del passato svaniscono nel nulla. La voglia di cambiamento e la ricerca interiore spostano l’attenzione su qualcosa d’altro, con tutti i rischi che ciò comporta. Nel caso specifico, spesso e volentieri, lo scarto è lo stesso che separa il fruscìo dell’erba scossa dal vento dall’aguzza precisione di quella sintetica.

(25/01/2018)

  • Tracklist
  1. The Whole Universe Wants To Be Touched
  2. Sunson
  3. A Place
  4. My Friend The Forest
  5. Human Range
  6. Forever Changeless
  7. All Melody
  8. #2
  9. Momentum
  10. Fundamental Values
  11. Kaleidoscope
  12. Harm Hymn
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