Nine Inch Nails

Bad Witch

2018 (The Null Corporation) | industrial rock

Time is running out/I don’t know what I’m waiting for
Sembrava davvero che se ne fosse dimenticato, il buon Trent, di quell’ultimo atto della trilogia di Ep che ci aveva promesso per la fine del 2017. Dopo l’esaltante pestaggio di “Not The Actual Events”, il miglior parto sotto il marchio di Nine Inch Nails da parecchio tempo a questa parte, e il degno successore “Add Violence”, siamo arrivati fino a fine giugno 2018 nella nostra “attesa per non sappiamo bene cosa”. Reznor cambia un po’ le carte in tavola, adesso non vuol sentir parlare più di Ep, bensì di un full-length a tutti gli effetti.

Sta di fatto che “Bad Witch”, con i suoi 30 minuti totali, segue i minutaggi ridotti dei due predecessori, discostandosi ormai definitivamente da una certa logorrea del passato. Le analogie con i precedenti episodi si fermano tuttavia solo nelle dimensioni, perché la sua essenza monolitica è qualcosa a cui avevamo perso l’abitudine: ha relativamente poco senso andare ad analizzare le sue tracce singolarmente, considerando quanto il valore dell’opera vada oltre la loro somma. Quindi, se con la partenza fulminea e distorta di “Shit Mirror” si ha per un istante il sospetto di un graditissimo tributo a “Broken”, si svelano presto infiltrazioni di nu-jazz tradite dal beffardo sax imbracciato dal leader e dagli exploit batteristici che imperversano durante l’ascolto (specialmente in “Ahead Of Ourselves”).

Un disco sicuramente più coraggioso degli ottimi seppur autocompiaciuti primi due episodi della “trilogia degli Ep” (ci perdoni Trent se continuiamo a chiamarlo così). Un album di poche parole, dove la voce di Reznor vive nell’ombra, confondendosi volutamente con la strumentazione, per formare una tortuosa e lunga improvvisazione jazz-industrial dagli scenari cupi e tossici. I riferimenti sono nuovi, tra i quali è fin troppo scontato citare l’ultimo funereo Bowie di “Blackstar” (“God Break Down The Door”). Ma il meglio del viaggio, fluido e naturale come poche volte è capitato al compositore della Pennsylvania, arriva nel finale: i tempi si dilatano e le tracce evolvono verso il pachidermico delirio industrial della strumentale “I’m Not From This World”, che fa coppia con l’atmosfera sospesa di “Over and Out”.

Reznor e il fido compare Ross sembrano aver ormai trovato la formula per mantenere in pianta stabile i NIN ai livelli consoni a un nome simile, puntando su composizioni secche e asciutte, violentando l’ascoltatore con poche randellate ben assestate; che probabilmente gradirà.

(29/06/2018)



  • Tracklist
  1. Shit Mirror
  2. Ahead of Ourselves
  3. Play The Goddamned Part
  4. God Breaking Down The Door
  5. I’m Not From This World
  6. Over And Out
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