Okkyung Lee

Cheol-Kkot-Sae

2018 (Tzadik) | free improvisation, serialismo

La cellista coreana Okkyung Lee, già collaboratrice di tanti e tanti dischi d’avanguardia e mai reale interprete delle sue ambizioni omni-linguistiche, perviene finalmente all’happening “Cheol-Kkot-Sae”, pubblicato nell’album eponimo, un’unica digressione di 38 minuti, per violoncello, cantante pansori, percussioni tradizionali coreane, batteria, basso, sassofoni e live electronics.

Attacca il canto solitario, altamente modulato secondo i dettami del folk natio, ma tosto gli s’addensano attorno ogni sorta di tocchi improvvisativi gestuali (percussioni a scatto, dissonanze elettroniche, glissando violoncellistici). La scalata al suono supremo al sesto minuto si acquieta appena più contemplativa, pur sempre mossa e scossa da spasimi violenti, per lasciare spazio al solo nervoso del cello e poi un duetto brevissimo ma degno di Bela Bartok con il sax.

Tutto confluisce in un rigurgito distorto di brada cacofonia, un vischioso plasma di collage di voci colloquiali dissolte in un acido di rumore alla Gordon Mumma, a implodere poi in fischi e sibili. La piece in qualche modo ricomincia, di nuovo con il canto e le oscillazioni seriali, ma stavolta culmina in una sarabanda di cigolii acutissimi. Compare anche un riff di basso e metallofono perfettamente tonale, persino swing, e il canto da arcano si fa mellifluo, da chanteuse: è ovviamente fumo negli occhi (nelle orecchie), una mascherata, un pretesto per un nuovo delirio, stavolta tutto Albert Ayler-iano, che schianta la barriera del percepibile fino a trascinarsi verso il suono assoluto, un muro di piatti. Ma la vera chiusa è appena un minuto di sussurri ultrasonici.

Commissionatale dall’emittente radio tedesca SWR2 e registrato dal vivo all’edizione 2016 dello mitico Donaueschingen Festival, non postprodotto (la Tzadik e la Lee hanno salvato gli applausi nel mix finale), è una sorta di manifesto del nuovo folk universale in cui l’improvvisazione vocal-strumentale è impiegata come catalizzazione del timbro, come incommensurabile ricerca e intersezione di generi. Dal pansori, ricetta base, territorio di radici fascinose, Lee trasla - non senza difficoltà e arditezze - a lande sconosciute che si espandono pressoché all’infinito. E i cui codici d’interpretazione sono privi d’alfabeto. “Cheol-Kkot-Sae”: coreano per “Acciaio-Fiore-Uccello”. Piccola encore pianistica in fondo a tutto.

(23/05/2018)

  • Tracklist
  1. Cheol-Kkot-Sae
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