Ought

Room Inside The World

2018 (Merge) | indie-rock, art-punk

Si fossero formati non diciamo dieci, ma anche solo cinque anni prima del 2011, gli Ought avrebbero incontrato tutt’altro successo. Quando nel 2014 è uscito il loro primo Lp “More Than Any Other Day”, una scena revival wave ormai satura, che più che interesse destava diffidenza quando non irritazione, ha precluso al loro art-punk debitore di Television, Wire e Feelies di fare i numeri che sarebbe stato lecito aspettarsi qualche anno prima. Le chitarre secche e nervose, Tim Darcy che rovescia giù dalla bocca liriche personale e tormentate, una sezione ritmica precisa e concitata, ma soprattutto una grande capacità di scrivere canzoni asciutte e dirette non hanno però impedito agli Ought di raccogliere intorno a sé un discreto culto; tanto che certa critica canadese e americana li avrebbe effigiati come degli idoli indie in ritardo.

Il biennio 2014/2015 ha visto gli Ought in preda a una grande prolificità; nel giro di pochissimo tempo i quattro avrebbero dato al loro Lp d’esordio ben due seguiti – l’Ep “Once More With Feeling” e l’Lp “Sun Coming Down”, ad oggi la loro vetta - entrambi via Constellation. Dati questi ritmi, tre anni di silenzio sono sembrati un’eternità, ma hanno trovato facile spiegazione nel cambio di etichetta a favore di Merge, nell’esordio solista di Darcy dello scorso anno e – cosa chiara soltanto una volta ascoltato questo “Room Inside The World” - nella voglia della band di rivoluzionare il proprio suono.

Del resto, in “These Three Things” Tim lo canta forte e chiaro: “If you're made of stone, then turn into clay”. La mutazione avvenuta è chiara sin dall’opening track “Into The Sea”: la voce cerca nuove profondità e intonazioni, le chitarre sono più limpide, gli angoli un tempo aguzzi sono stati levigati da una marea gentile; soltanto la tensione è quella di un tempo. L’arpeggino di chitarra e il tono scanzonato – perlomeno al suo inizio – di “Disgraced In America” introducono un’attenzione per la melodia mai così spiccata in passato. Le vere novità arrivano però a metà scaletta, con una combo di pezzi art-pop che tre anni fa era praticamente insospettabile. “These Three Things” presenta una strofa tutta basso gommoso e tastierine, per poi trovare il suo climax in un raffinato fiorire di archi, opera del batterista violinista Tim Keen. Sul finale di “Desire” il canto gutturale di Darcy cerca addirittura il contrappunto di un coretto soul-pop. Meno sorprendente, ma comunque splendido il finale, affidato alla torbida e sensuale “Alice”, che chiude il disco tra cacofonia e lamenti da muezzin.

Si tratta comunque soltanto di una nuova forma, da un punto di vista poetico la direzione degli Ought è sempre la stessa e vede farla da padrone un intimismo sofferente. È estremamente suggestivo – e difatti esplicativo - anche il titolo dell’opera, che proietta una dimensione personale come quella di una camera direttamente nel mondo, senza lo scudo filtrante della casa.
Il più delle volte la nuova veste degli Ought spiazza e convince, delle altre, fortunatamente poche (“Brief Shield”, “Pieces Wasted”) un po’ ammazza l’efficacia sempre viva invece tra le acerbità dei vecchi dischi.
“Room Inside The World” è comunque un’opera riuscita, che apre alla band di stanza a Montreal una rosa di opportunità vasta e un futuro meritevole di curiosità.

(26/02/2018)

  • Tracklist
  1. Into The Sea
  2. Disgraced In America
  3. Disaffectation
  4. These 3 Things
  5. Desire
  6. Brief Shield
  7. Take Everything
  8. Pieces Wasted
  9. Alice


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