Porches

The House

2018 (Domino) | synth-pop, art-tronica

Una volta concepito e plasmato, un nuovo mondo sonoro va infine popolato di storie e personaggi, va animato e reso vitale, pena il rimanere un involucro anche affascinante, ma tutto sommato pronto ad afflosciarsi al minimo cedimento. Non si può dire che Aaron Maine non abbia preso alla lettera il consiglio: dopo la drastica svolta estetica del precedente “Pool”, che lo ha posto all'attenzione di un pubblico ben più vasto di quello iniziale, con “The House” il compito non è più quello di stupire e spiazzare con un nuovo cambio d'abito, bensì quello (forse ancora più complicato) di ripartire da quanto edificato, donando spessore e intensità a tutti quegli spazi a malapena abbozzati. In questo senso, l'ambiente intercettato da Porches nel suo terzo album sotto questo pseudonimo vive di una pluralità di ricordi e riferimenti, di relazioni chiuse e nuovi capitoli da aprire, che nel ridefinirsi (e nell'affinarsi) degli scarni pattern per synth ed elettronica varia acquisiscono significati e significanti, trovando nuovo slancio e contesto.
Infondendo un calore inusitato in un metodo compositivo solitamente abulico, con un senso di collettività (dettato dalle numerose ospitate di amici e collaboratori) che spezza un solipsismo interpretativo fin troppo opprimente, per quanto giustificato, l'ultima raccolta di inediti dell'autore di Pleasantville reca i segni della maturazione (per quanto ancora incompleta) e di una rinnovata consapevolezza nei propri mezzi, spinta necessaria per il prosieguo di carriera. Se questo poi comporta qualche levigatura di alcuni dei tratti più idiosincratici del progetto, è un sacrificio che onestamente vale la candela.

Indubbiamente molti dei problemi che avevano fiaccato la precedente prova tornano a presentare il conto anche in quest'occasione, seppure in forma leggermente meno invasiva rispetto al passato: si tratta senz'altro di espedienti espressivi voluti, che in fondo costituiscono una cifra estetica a suo modo ben riconoscibile, eppure quando questi stessi vengono sacrificati a favore di possibilità diverse dal canovaccio di base il risultato è tutt'altro che spregevole. È possibile che anche la maggiore attenzione ai dettagli sonori e al senso della spazialità compositiva abbia aiutato non poco nel far affiorare sfumature rimaste finora del tutto inespresse.
Di certo, nel trovare già dall'apertura Maine alle prese con beat deep-house (“Leave The House”, il commosso addio all'appartamento che ha ospitato gran parte della composizione dell'album, con Alex G ad accompagnamento) o addirittura scheletriche intersezioni tra garage e pseudo-Edm (la successiva “Find Me”, che acuisce l'aspetto autoriale della proposta, in un più sottile passo vocale a due), si evidenzia sin da subito una confidenza del tutto nuova nell'intendere il songwriting e l'interpretazione. È un peccato che però questa stessa dimestichezza trovi pochi sbocchi nella sostanza, che non riesca a far fruttare il capitale di collaborazioni reclutato per l'occasione. Costituisce una felice eccezione il siparietto centrale “Åkeren”, saggio di minimalismo elettronico à-la Knife affidato alla voce di Okay Kaya, l'attuale compagna dello stesso Maine (autrice della stessa poesia, tradotta e cantata poi in norvegese, la sua lingua madre), come anche “Country”, singolo promozionale in cui l'allure sophisti-cata insita sin dal precedente album fiorisce forse nel momento più emozionale di sempre per il progetto, per una ballata fragile nel senso più delicato del termine (il contributo di Devonté Hynes ai cori non passa affatto inosservato). Il resto, a conti fatti, fa fatica a stagliarsi.

Con brani che a malapena raggiungono lo stato di bozza (la durata in questo senso ha un peso più che relativo) e un tono interpretativo che ripetutamente affossa e appiattisce molte delle idee messe in campo, relegandole a mero contesto di linee vocali uniformi nell'approccio catatonico (l'autotune massiccio oltre tutto non aiuta minimamente), il disco si ciondola spento, privandosi volutamente di un'intensità che avrebbe esaltato il carattere riflessivo e confessionale dei brani. In ogni caso, il potenziale comincia finalmente a lasciarsi intravedere, a testimoniare i passi in avanti compiuti da Aaron Maine.
Dotandosi di trame sonore un po' più articolate e intriganti (il jangle chitarristico che accompagna il beat felpato di “Ono”, gli incastri tastieristici di “Anymore”), ponendosi con maggiore fermezza sul crinale che coniuga taglio autoriale e coinvolgimento dance, il musicista ha imboccato la strada giusta per arrivare, si spera presto, alla sua piccola rivoluzione personale. Il percorso è stato tracciato.

(18/02/2018)

  • Tracklist
  1. Leave The House
  2. Find Me
  3. Understanding
  4. Now The Water
  5. Country
  6. By My Side
  7. Åkeren
  8. Anymore
  9. Wobble
  10. Goodbye
  11. Swimmer
  12. W Longing
  13. Ono
  14. Anything U Want




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