Rhye

Blood

2018 (Loma Vista) | sophisti-pop

Dev'essere stato strano per Michael Milosh e Robin Hannibal notare come il loro estemporaneo progetto laterale Rhye sia invece diventato la cosa più acclamata che abbiano mai singolarmente realizzato (il primo proveniva da una glitch-elettronica da laptop, il secondo da una sorta di synth-folk-pop scandinavo). Ma del resto "Woman" si presentava con una compiutezza e una cesellatura sonora da rodati professionisti, e il suo culto semi-sotterraneo perfettamente incapsulato da un immaginario parco ed elegante è finito col durare nel tempo molto più rispetto a tanti altri ben più popolari indie darlings.
Ma fa ancor più strano oggi scoprire che, dietro la calma apparente di questo silenzioso duo, le cose non siano affatto andate per il meglio. Hannibal non ha mai preso parte al pur importante lato concertistico, e a rendere le cose ancor più complicate ci si è messo un contratto firmato con un'altra etichetta per il suo progetto originario Quadron, che di fatto gli ha impedito di continuare l'avventura dei Rhye. Dietro a "Blood" oggi si trova il solo Milosh - il quale dal canto suo, oltre a essersi fatto un tour in giro per il mondo aiutato da soli turnisti, nel frattempo ha visto sgretolarsi il matrimonio con la propria compagna, che era poi quella woman che aveva ispirato la nascita del progetto alle origini. Insomma, ce n'era abbastanza per staccare la spina all'intera operazione, no?

E invece Milosh è riuscito nell'impresa di "insabbiare" a meraviglia tutti i drammi della vita, e far sì che in superficie "Blood" scorra con la stessa classe del suo predecessore, quasi non volesse turbare quel senso di pace e amore che gli aveva fatto guadagnare un inaspettato pubblico. Sulle prime, infatti, si respira un'aria di assoluta restaurazione: si notano lampanti similitudini tra le due foto di copertina e il minutaggio del lavoro è sempre conciso, ma abbiamo anche vissuto un momento di pura nostalgia dell'era del supporto fisico quando il placido singolo di lancio "Please" è arrivato accompagnato da una squisita B-side come "Summer Days" (pezzo addirittura graziato da un bel remix a cura di Roosevelt). La sussurrata "Softly" e il pulsante basso di "Taste" sono altri chiari richiami al passato, ma scorrono con la stessa intensa calma con la quale un vecchio amico ti racconterebbe delle sue ultime disavventure di vita, mentre siamo seduti di fronte a un bicchiere di vino: non prestare attenzione sarebbe proprio da maleducati. E la voce di Milosh rimane ovviamente il cardine dell'intero disco, con i suoi androgini coretti di ovatta e le sue interpretazioni eteree e impalpabili riconoscibili tra mille (vedasi anche la sua partecipazione su "Break Apart" di Bonobo).

Ma con l'andare attento degli ascolti presto iniziano ad affiorare anche delle piccole novità che fanno di "Blood" un gradito secondo capitolo nella storia del progetto. Suonando dal vivo, per esempio, Milosh ha presto scoperto il potere di un buon impasto acustico e il modo più naturale possibile per legarlo alla parte elettronica. Così, le scarne partiture nu-r&b che facevano capolino sul disco di debutto oggi sono state soppiantate da un'impalcatura elettro/acustica sophisti-pop di gran classe - vedasi soprattutto l'iniziale "Waste", con una bella base ritmica accentuata dal più delicato dei gated reverb e una partitura di violini che colorano con enfasi l'andare del pezzo senza mai calzare troppo la mano.
La conclusiva "Sinful" mostra un arrangiamento in aria chamber-pop, anche se nel condimento non mancano sia una limpida chitarra acustica che alcuni rumorini spaziali posti strategicamente verso il finale. E le chitarre oggi fanno capolino un po' ovunque ancor più che in passato; ci sono quelle portate avanti dal ticchettìo di un metronomo di "Song For You", che richiamano alla mente i Kings Of Convenience, mentre su "Phoenix" prendono piede i filamenti di un'elettrica e giocano a fare da contrappunto ai delicati battiti disco-funk del ritmo.

"Count To Five" si candida forse come il pezzo più "agitato" mai prodotto dal marchio Rhye, un momento di contrasto giocato tra una robusta base ritmica e dei brevi momenti dove le tastiere sembrano quasi lievitare. Il più memorabile momento di tensione emotiva arriva però con la meravigliosa "Blood Knows": voce raddoppiata e calzata sui bassi per sottolineare i momenti più salienti del testo, il polverìo delle chitarre che fluttuano nell'aria creando un lacrimevole tessuto armonico e un ritmo tenuto al passo ma che avanza con fare quasi marziale - un pezzo comunque delicato e "alla Rhye," ma che all'interno di un disco come "Blood" dispensa inediti sentimenti di rabbia repressa mista a rassegnazione. Su tale onda si colloca pure la seguente "Stay Safe", dove è la nostalgia a prendere il sopravvento tramite una melodia che sembra uscita dagli anni 70.

Tutto è cambiato, e niente è cambiato. Così l'ormai solista progetto Rhye affronta la difficoltosa prova seconda, rimanendo fedele a sé stesso ma rivelando comunque tra le pieghe del tessuto nuove piccole rivoluzioni sonore. Certo, se questo dovesse essere l'andazzo per gli anni a venire, la magia potrebbe eventualmente iniziare ad affievolirsi, ma per tutti quegli ascoltatori rimasti sedotti ai tempi di "Woman", il neonato "Blood" conferma con certezza che in casa Rhye le cose si affrontano ancora con calma e onestà, la porta è sempre aperta e quando se ne avverte il bisogno, una visitina è capace di rincuorare l'animo più affannato.

(06/02/2018)



  • Tracklist
  1. Waste
  2. Taste
  3. Feel Your Weight
  4. Please
  5. Count To Five
  6. Song For You
  7. Blood Knows
  8. Stay Safe
  9. Phoenix
  10. Softly
  11. Sinful




Rhye su OndaRock
Recensioni

RHYE

Woman

(2013 - Polydor / Loma Vista)
Il morbido e sensuale sophisti-pop di un misterioso duo intercontinentale

Rhye on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.