Ritualz

Doom

2018 (Artoffact Records) | witch house, darkwave

Nell’ambito di certa musica elettronica di nicchia, la label canadese Artoffact Records si è distinta per avere lanciato alcuni tra i progetti più interessanti degli ultimi anni, tra i quali Dead When I Found Her, ma anche per aver riacceso l’interesse verso un fenomeno musicale che sembrava defunto e demodé, quello della witch house, sebbene negli anni realtà particolarmente underground, come la tedesca Phantasma Disques, abbiano continuato a produrre lavori di quel genere in serie.
Dopo aver prodotto i giovani svedesi V▲LH▲LL, è ora la volta di un progetto molto noto ai seguaci di vecchia data di certe sonorità, il messicano Ritualz (fu †‡†), il cui primo lavoro uscì nel 2010, in pieno boom del genere, per la cult label texana Disaro, la medesima per cui videro la luce i lavori dei Salem, considerati i padri fondatori di questo “non-genere”, definito tale perché, quando venne coniato nel lontano 2009, la sua dicitura venne utilizzata in modo scherzoso per definire uno stile musicale che venne descritto come “occult-based house music”.

A seguito del già citato lavoro e di uno split con i Fostercare uscito l’anno successivo, Juan Carlos Lobo Garcia ripiombò nella più profonda oscurità, rilasciando di tanto in tanto uscite in formato digitale, fino ad oggi. "Doom" è il suo nuovo lavoro, profondamente diverso rispetto alle sue opere precedenti, contaminato dalla wave così come dagli Skinny Puppy di "The Process" (e successivi), mentre i figli della Disaro, tra cui Mater Suspiria Vision, continuano oggi a produrre lavori profondamente legati al suono che fu. In questo sta la forza di "Doom", che possiede la freschezza e il sapore di un debut-album, che fotografa la rinascita di un artista intelligente che non si è limitato a ripetere una formula ormai desueta. Un album ben realizzato ma che scorre forse troppo veloce, senza mai lasciare veramente un segno del suo passaggio, senza un vero highlight che brilli per originalità e che rimanga nella testa dell’ascoltatore.

Undici brani che alternano brevi parentesi witch house - pur rinunciando ai suoni sintetico-lisergici degli anni che furono per abbracciare una oscurità dal sapore più decadente - a brevi canzoni dalle trame ritmiche non banali in cui il messicano esibisce una timbrica vocale molto vicina a quella di Nivek Ogre. 

Tra i più ispirati vi è la opener "Trash Mental", coi suoi controtempi, la sua atmosfera nebbiosa, i synth spettali e una voce sofferente e la successiva "To Black", che cambia le carte in tavola con vocals meno filtrate e un ritmo meno sfuggente, in cui il legame con la new wave è lapalissiano.
Nulla di trascendentale, né nella scelta dei suoni che nella costruzione dei brani, che sanno di già sentito. "Doom" vince rispetto alla concorrenza più per i brevi momenti witch house, così come per la sapiente alternanza tra episodi tra loro diversi, piuttosto che per i suoi brani più articolati ma fin troppo derivativi. 

"Doom" si fa ascoltare e riascoltare con piacere almeno una seconda volta e, su questo non c’è alcun dubbio, farà breccia nel cuore dei nostalgici amanti di certe sonorità un po’ vintage e dei "new goth".

(17/04/2018)

  • Tracklist
  1. Trash Mental     
  2. To Black     
  3. Journey     
  4. Rats     
  5. Spazz     
  6. Agony     
  7. Echoes     
  8. Lust Eternal     
  9. Doom     
  10. Pig     
  11. The Last Of Us
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