Rolling Blackouts Coastal Fever

Hope Downs

2018 (Sub Pop) | indie rock

Formatisi nel 2013 intorno ai tre chitarristi e cantanti Fran Keaney, Joe White e Tom Russo – ai quali si sono presto aggiunti in line-up John Russo e Marcel Tussie, fratello di Tom e bassista il primo, coinquilino di Joe e batterista il secondo - i Rolling Blackouts Coastal Fever hanno vissuto un'ascesa piuttosto veloce. Il primo singolo, “Clean State”, fu un successo e spianò la strada all’ottimo Ep “Talk Tight” del 2016 – un lavoro assolutamente da recuperare - che guadagnò subito ottime recensioni e discreto airplay nella patria Australia. Dopo cinque gemme guitar guided come quelle, figurati se la Sub Pop si faceva sfuggire questi cinque aussie. Così giusto il tempo di un secondo Ep e di un po’ di sano rodaggio live – chiedete a chi li ha ascoltati al Primavera di quest’anno quanto sono cazzuti – ed eccoci qui.

Tough pop/soft punk: i Rolling Blackouts Coastal Fever descrivono la loro musica così. Una roba che vuol dire tutto e niente, insomma. E in effetti i ragazzi spaziano davvero tanto. Certamente i primi Rem, quelli più nervosi e affilati, e i Go-Betweens si sentono più di altre cose, ma gli aromi che speziano “Hope Downs” sono anche tanti altri; l’heartland rock, ad esempio, sul quale sono state plasmate le chitarre ululanti di “Sister’s Jeans” e “Bellarine”. Per non parlare degli echi di Dunedin sound che aleggiano nella melodia leggerissima di “Talking Straight” – quest’ultima un numero pop da fuoriclasse consumati.
Davvero tanta carne a cuocere, non c’è che dire, ma la loro forte personalità permette ai RBCF di mettere tutto insieme con gran facilità, facendoli suonare solo e soltanto come se stessi, invece che come le copie carbone di qualcun altro.

Uno dei grandi pregi di “Hope Downs” è infatti la sensazione di totale equilibrio che traspare in ogni sua parte. La band ha tre cantanti ad esempio, ma nessuno di questi tenta di primeggiare, piuttosto le tre voci si aiutano a vicenda a trovare più vie espressive.
Ne viene fuori un dialogo fittissimo in cui i vocalist si scambiano continuamente di ruolo: si confrontano, si incalzano, battibeccano, recitano la parte della coscienza o quella della voce nella testa.
Tutto questo fluire scorrevole di chitarre e melodie suadenti lascia però sovente, grazie a testi mai banali e molto attenti all’attualità, un retrogusto amaro. Come quando le acque cristalline della spiaggia di “Bellarine” vengono inquinate da retroscena familiari inquieti, o come quando la cartolina di “Cappuccino City” svela il suo retro fatto di sfruttamento e quartieracci.

Sono anni difficili per il guitar pop e in tempi di magra, si sa, ci si può entusiasmare facilmente per il più piccolo segnale di vita, di arte. Ma non sembra questo il caso dei Rolling Blackouts Coastal Fever, che sono arrivati al loro primo Lp così maturi e convincenti che pare siano sempre stati lì, che noi già conoscessimo le loro calde e avvolgenti guitar songs e che, dunque, li stessimo già aspettando. Cosa che d’ora in poi faremo di certo.

(26/06/2018)

  • Tracklist
  1. An Air Conditioned Man
  2. Talking Straight
  3. Mainland
  4. Time in Common
  5. Sister's Jeans
  6. Bellarine
  7. Cappuccino City
  8. Exclusive Grave
  9. How Long?
  10. The Hammer


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