Rolo Tomassi

Time Will Die And Love Will Bury It

2018 (Holy Roar) | post-hardcore, post-rock, avant-metal

Già detentori di dischi ispidi come “Cosmology” (2010) e “Astraea” (2012), i Rolo Tomassi di Sheffield arrivano infine - con “Grievances” (2015) - al capitolo della normalizzazione, la messa in piega del loro assalto, poco tempo prima realmente caotico, che a sua volta offre però un potenziale da sfruttare, una ripartenza di creatività. “Time Will Die And Love Will Bury It”, fino ad ora il loro più imponente per proporzioni, svolgimento e tematiche, è dunque l’occasione per ribadire orgogliosamente, una volta di più, il verbo finora acquisito e rifinito.

La meccanica sembra davvero quella dell’opera rock, quantomeno di uno show. L’ouverture, “Towards Dawn”, è un agglomerato di suoni digitali e sospiri fluttuanti in perfetto stile Enya, astutamente allungata per tenere la tensione sulle spine. La lotta comincia con la sequenza di “Aftermath” e “Rituals”, la prima una canzoncina emo-core al femminile letteralmente spezzata da un tifone shoegaze, la seconda una sua conseguenza, una sua controparte satanica, vertice del disco per precisione nelle giunture, gli agganci al volo, gli svarioni stregoneschi, il calcolo al millesimo nella devastazione (da ricordare i System Of A Down più lunatici), un blackgaze marciante e a tratti atonale.

La recente specialità del complesso è comunque la piccola suite progressiva, un altro stadio della loro maturità. Prima della serie è “The Hollow Hour”, all’inizio solo strumentale, ribattuta da piatti, pianola e chitarra, e poi debordante nell’usuale staffetta tra sfuriata metalcore di tempi impossibili, growl ributtante e distorsione, e preghiera neoclassica con pianoforte quasi minimalista (forse il capolavoro di Eva Spence), fino a una loro improbabile sintesi. La segue pedissequamente “Whispers Among Us”, appena più psichedelica, smarrita.
Con “A Flood Of Light” i quattro applicano poi i canoni post-hardcore alla grandiosità del fantasy di Tolkien, sempre ugualmente spartito tra bordate ultraviolente e carezze svenevoli, persino con una sezione di oasi new age (si è trasformata così l'elettronica dissonante del fratello James). Il clima tribale guidato da solenni accordi di piano e completato da un organo spaziale fa di “Contretemps” la più ardita delle tre. La soluzione arriva con l’inno scandito di “Risen”, solo la vocalist, ormai dimentica del suo alter ego demoniaco, a piangere in compagnia d’uno strimpellio.

Tour de force di quasi un’ora senza pause. Ha nel suo puntiglioso, poderoso alternarsi e cozzare di registri spiritualmente claustrali e brutalmente isterici, che dapprima accarezzano e poi fanno sprizzare sangue dai padiglioni auricolari, la prodezza tecnica e formale del complesso. E’ un po’ il corrispettivo di “Awake” per i Dream Theater. I limiti sono la poca fantasia e una ridondanza perfino lampante, sia nella singola canzone, che nell’intero album (al confronto delle profondità emotive, numeri come “Balancing The Dark” e la follemente fratturata “Alma Mater” sono semplice divertimento), che, per estensione, in tutta la carriera, barocchismi che tolgono scatto e potenza anziché aggiungerli, lo sfarzo sopravanzante sull’adrenalina. Ciò nonostante, l’opera ideale per iniziati della band e del genere tutto.

(25/03/2018)

  • Tracklist
  1. Towards Dawn
  2. Aftermath
  3. Rituals
  4. The Hollow Hour
  5. Balancing The Dark
  6. Alma Mater
  7. A Flood Of Light
  8. Whispers Among Us
  9. Contretemps
  10. Risen
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