ROUGGE

Cordes

2018 (The Gum Club) | avant-pop, neoclassical

L’arte è l’espressione più antica della spiritualità umana. Essa non è legata a formule chimiche e matematiche o a dottrine accademiche, è una forma pura di bellezza che non si adagia su canoni estetici, ma di essi si nutre per crearne dei nuovi. Non esiste periodo storico avulso da questa profonda manifestazione creativa, a volte essa è più evidente perché intercetta flussi intellettuali e sociali avidi di forme visibili, ma spesso resta nel buio, negli anfratti di quella controcultura, apparentemente marginale, che più che nel linguaggio alternativo si radica nella creazione di paradossi semantici. Periodi confusi e ideologicamente ambigui, come quelli contemporanei, spesso sembrano privi di autentiche forme d’arte, ma tra le stanche liturgie intrise di nostalgia e improbabili provocazioni estetiche, ogni tanto fa capolino qualche isolato brivido.

Sconosciuto al di fuori della strettissima cerchia degli addetti ai lavori, e soprattutto quasi ignoto al di fuori dei patri confini francesi, ROUGGE è una delle più interessanti scoperte degli ultimi anni. Un piano e una voce angelica - a cui è negato l’utilizzo rigoroso della parola - scandiscono i tempi e i luoghi di un raffinato e singolare progetto musicale, dove la forma popolare della canzone viene rimodellata con canoni sonori che vanno dal neo-classico all’art-rock, procedendo con passo lento e delicato, a suon di vestigia chamber-pop e minimalismi etno-jazz denutriti della loro essenza estetica. Più che composizioni sono frammenti, i veri protagonisti di questo terzo progetto discografico, che completa l’ambizioso “Cordes Ep” del 2017, dove ROUGGE ha introdotto per la prima volta nella sua musica un quintetto d’archi, dando vita a cinque degli undici capitoli che ora compongono “Cordes”.

Ben pochi sono in verità gli inediti, essendo gli undici brani in gran parte rielaborazioni di pezzi già apparsi non solo nell’Ep, ma anche nei primi due album “Monochrome” e “Fragments”, con l’unica differenza legata alla presenza dell’ensemble cameristico che ne rinnova i timbri espressivi. Una numerazione apparentemente disordinata mette in fila una serie di composizioni dal crudo romanticismo, figlie della stessa diafana malinconia di Antony and the Johnsons (“Fragment 50”) o della liturgia epica e glaciale dei Sigur Ros (“Fragment 33”). La musica si muove su accenni di paesaggi, su foto-frame rubati a un film immaginario, entrando in punta di piedi in dimensioni oniriche mai del tutto paradisiache. ROUGGE corteggia senza pudore l’arte nobile della composizione classica, con modalità solenni che non disdegnano il tono più lieve della canzone.

E’ un album che ammalia, “Cordes”, pregno di accordi colti, a volte stridenti nella loro intensità poetica d’altri tempi, che si addicono più alla descrizione di passi di danza, mostre d’arte pittorica o di corti cinematografici d’autore. C’è tutta l’intensa drammaticità liturgica nella musica di ROUGGE, capace di catturare l’anima con poche sparute note (“Fragment 45”), o di elevare i toni più grevi e solitari con una suggestione vocale che rimanda ai Radiohead (“Fragment 22”). Ed è nella più incalzante e accattivante “Fragment 48” (non a caso primo video di questo album), che è infine racchiusa tutta la sinuosa eleganza dell’artista francese, abile nel far dialogare voce e piano con violino e contrabbasso, in un incastro lirico che ha il dono della sintesi pop.
In definitiva, la valenza artistica di “Cordes” risiede nella trasversalità espressiva di un suono apparentemente minimale e statico, al contrario dinamico e coinvolgente come un orgasmo.

(10/05/2018)



  • Tracklist
  1. Fragment 12
  2. Fragment 53
  3. Fragment 45
  4. Fragment 19
  5. Fragment 22
  6. Fragment 26
  7. Fragment 9
  8. Fragment 48
  9. Fragment 50
  10. Fragment 25
  11. Fragment 33


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