Ryan O' Reilly

I Can't Stand The Sound

2018 (DNA) | pop, songwriter

Modesto, sufficiente, discreto: tre termini che pur non indicando un giudizio negativo, spesso assumono nel linguaggio comune una valenza sfavorevole. Appellativi che sarebbe facile e opportuno utilizzare per il secondo album di Ryan O’Reilly, “I Can’t Stand The Sound”, anche se in questo caso si rischierebbe di svalutare un’opera discografica, che pur non facendo gridare al miracolo, è senza alcun dubbio una gradita sorpresa per gli amanti del folk-pop cantautorale.

Di stanza a Berlino, ma di origini anglo-irlandesi, Ryan ha alle spalle una lunga carriera come musicista di strada. Autore di vari album auto-prodotti (principalmente live), ha finalmente trovato casa presso l’etichetta Dna, che dopo aver pubblicato due Ep ha infine licenziato nel 2016 un primo album in studio “The Northern Line”, da molti considerato come un vero e proprio esordio.
Autore garbato e discreto, Ryan O’Reilly avrebbe tutte le caratteristiche per entrare in punta di piedi in quel mondo folk-pop che ha trovato riscontro nelle classifiche inglesi ed europee, ma mentre Ed Sheeran e Jack Savoretti hanno già varcato la soglia del compromesso creativo, sacrificando quel briciolo di genuinità che aveva accarezzato i loro esordi, per Ryan la strada sembra lastricata di buone intenzioni.
Infatti, nonostante i toni piacevolmente malinconici, “I Cant’ Stand The Sound” è un album che non indugia in melense storie d’amore, concentrando l’attenzione sugli orrori della politica contemporanea, soprattutto sullo spettro della paura utilizzato da media e governanti per ottenere consensi e attenzione, non è un caso che gran parte della canzoni siano nate durante le registrazioni effettuate in America durante l’ascesa di Donald Trump.

“Non toccare il tuo telefono, non accendere la Tv… prova a non ascoltare, non credere a quello che senti dire, vogliono che tu li segua, non attraverso l’amore ma attraverso la paura”, con queste lucide e tristemente attuali parole “Don’t You Know That” apre l’album con un delizioso power-pop, che mette subito il luce le migliori credenziali del cantautore inglese. Il tocco alla Savoretti di “Make It Holy”, l’uptempo scanzonato della title track, il brio quasi beat dell’organo che accompagna le note di “People Tell You” e le suggestioni folk di “The Modern World” tengono salda l’attenzione, restando sempre fedeli a una poetica mai superficiale e ricca di riflessioni socio-politiche.

La sensazione prevalente è quella di trovarsi di fronte a un album frutto d’autentica partecipazione creativa, un progetto che senza mai strafare e nonostante la prevedibilità di alcuni episodi come “Flesh & Blood”, “Something’s Really Wrong” e la pur bella “Conversation” non perde il suo fascino. Un ultimo accenno va a “Never Be Afraid Of Ghosts”, deliziosa riflessione dell’autore su un vecchio consiglio datogli dalla nonna, “non aver paura dei fantasmi, sono i vivi quelli che ti faranno del male”, che l’autore incornicia con l’arrangiamento più raffinato e la prestazione vocale più sentita, evocando altresì un eroe dimenticato del sophisti-pop, ovvero Andy Pawlak.
Ed è proprio nelle contaminazioni pop che trovano terreno fertile le intuizioni migliori di “I Can’t Stand The Sound”, soprattutto quando O’Reilly accantona anche il falsetto per un tono più intimo e confidenziale.

Che la strada della completa autonomia stilistica e creativa sia ancora lunga è ben chiaro, ma è anche innegabile che il musicista inglese stia elaborando un percorso più interessante di altri autori folk-pop spesso abbagliati dalla brama del successo, confermando altresì che modestia e discrezione non sempre coincidono con la banalità.

(06/07/2018)



  • Tracklist
  1. Don’t You Know That
  2. Make It Holy
  3. Never Be Afraid Of Ghosts
  4. I Can’t Stand The Sound
  5. People Tell You
  6. The Modern World
  7. Flesh & Blood
  8. Conversation
  9. Somethings Really Wrong
  10. Till It Ends




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