Sarah Blasko

Depth Of Field

2018 (Emi) | synth-pop, songwriter

If I can tell you one thing that I know
It’s that the time is short
To make the most of everything
See beauty in it all

L’avevamo lasciata all'austero revisionismo sintetico di “Eternal Return”, Sarah Blasko, e dalle stesse parti la ritroviamo ora che il suo sesto Lp arriva nei negozi. Proprio quella svolta, del tutto inattesa rispetto all’elegante chamber-pop della sua norma, le è valsa il terzo Aria Award in quasi quindici anni di carriera e deve averla persuasa circa la tempestività di una metamorfosi senz’altro radicale ma evidentemente sentita.
“Depth Of Field” approfondisce quindi il discorso con dieci nuovi episodi non meno sofferti, un disco che intende fare ammenda, che confessa errori marchiani e infedeltà, ma non si astiene dal raccontare la durezza dello scotto pagato con l’abbandono e la solitudine, ferite lasciate in bella vista senza ombra di vittimismo. Il titolo riecheggia quello del terzo album di Joan Wasser nei panni di Joan As Police Woman, “The Deep Field”, e il conflitto tra angusta introspezione e trepidanti slanci neo-soul non rende certo difficile comprendere cosa leghi le due opere.

Si tratta anche del suo primo lavoro plasmato per intero dalle parti di casa, per l’esattezza in una struttura polifunzionale per artisti nel sobborgo di Campbelltown, a Sidney, dove la songwriter, affiancata dai fidati collaboratori Nick Wales, Donny Benét e Laurence Pike, ha curato personalmente la confezione (come già ai tempi del ben più radioso “I Awake”). Mentre dava forma al nuovo album, il regista Brendan Fletcher le ha anche dedicato un documentario, intitolato semplicemente “Blasko”, un ritratto dell’artista a maturità ormai raggiunta narrato in prima persona da lei stessa.
Sin dall’apertura di “Phantom”, una considerazione sull’influenza cruciale che certe persone giocano nella nostra vita anche quando rimangano dei meri ricordi, non si prendono le distanze dalla precedente fatica e se ne confermano anzi tutte le cautele espressive. A introdurci sono nuovamente scurissimi synth anni Ottanta, per quanto la gentile ossessione disegnata dal pianoforte si premuri di affrancare l’ascoltatore in questo scenario sì severo ma anche luminoso, impregnato di suggestioni nostalgiche e nel contempo vigile, diretto.

Se “Never Let Me Go” conferma formalmente direzione e formulario minimalista, con la voce di Sarah, penetrante come non mai, che rende se possibile ancor più persuasiva questa nuova raccolta, sempre più audace in termini emozionali eppure perfetta nel non indulgere in blandi sentimentalismi, “Everybody Wants To Sin” prova ad accentuare i contrasti, la rumorosità della grana, a suonare più scabra alla maniera di una PJ Harvey, e non si può negare che il tentativo riesca brillantemente.
Ancor più che in “Eternal Return”, Sarah ha sfrondato con decisione l’inessenziale e il barocco della parte musicale per definire un nuovo rapporto di forze tra la sua voce, non di rado calda e perentoria, e architetture sonore sobrie e razionali fino al parossismo. Ha lavorato appunto sulla profondità di campo evocata nell’intestazione, come quando in “Making It Up” il suo canto si staglia come un faro nell’oscurità, presenza determinante anche in chiave volumetrica e prospettica, così da dare un ordine alla desolazione degli spazi, di ambienti che il solo pulsare sintetico non potrebbe mai far risplendere. Ne esce con un’autorevolezza che diresti scandinava e abbaglia a più riprese.

La Blasko mostra di saper coniugare come poche concretezza e grazia, inquietudine e gentilezza, senza peccare di faciloneria. Il suo synth-pop appare oggi sempre più adulto, meditabondo e nel contempo svolazzante, perché l’angoscia non nega asilo a lampi di meraviglia o insolite espressioni di leggerezza. Certo, il mood si mantiene ancorato alle tonalità ombrose, il focus è sempre fissato sulla memoria intima e qua e là si avverte l’eco della Nicole Atkins di “Slow Phaser”: ad avvicinarle è una magnetica determinazione, prerogativa che marchia a fuoco brani magnifici come “A Shot”. La dolcezza è una bussola per orientarsi nei meandri opprimenti del disincanto e fare del disco ben più che un puro esercizio di stile, un incantesimo che gli archi possono anche trasformare in trionfo.

Non c’è dubbio che il viaggio tratteggiato presenti risvolti anche piuttosto dolorosi, ma sarebbe un errore etichettare “Depth Of Field” come un album chiuso nella disperazione. E’ positivo e coraggioso, semmai, l’ennesimo rilancio di una splendida fatalista della canzone, una abituata da sempre a fare i conti con i propri fantasmi senza per questo precludersi le consolazioni dell’amore e della speranza.

(01/03/2018)

  • Tracklist
  1. Phantom
  2. A Shot
  3. Never Let Me Go
  4. Everybody Wants To Sin
  5. Heaven Sent
  6. Making It Up
  7. Savour It
  8. Another
  9. Read My Mind
  10. Leads Me Back






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