Shannon And The Clams

Onion

2018 (Easy Eye Sound) | girl-group, garage-revival

Chiariamolo subito per sgombrare il campo dai possibili fraintendimenti, e senza che ci si rivolga nemmeno incidentalmente agli immancabili detrattori del garage ultracitazionista: la combriccola di musicisti denominata Shannon & The Clams non ha mai creato nulla di più scintillante della nuova raccolta di canzoni, “Onion”, né la sua corpulenta capobanda è mai riuscita interprete più miracolosa di quanto appaia oggi. Ora, ci si potrebbe mettere a discutere su quanto del merito vada attribuito al nuovo produttore, un certo Dan Auerbach, che li ha fortemente voluti nella neonata scuderia Easy Eye Sound e, prima di portarseli in tour, ha messo loro a disposizione il suo studio di Nashville per una decina di giorni, all’inizio dello scorso anno. Ce ne asteniamo volentieri, avendo già abbondantemente tessuto le lodi di un gruppo di fuoriclasse assoluti, con buona pace della squadra di tecnici che di volta in volta li ha assistiti.

La band di Oakland, divenuta un quartetto con l’ingresso del tastierista Will Sprott, aveva iniziato a lavorare al suo quinto album già qualche mese prima, ma si è vista costretta a cambiare in corsa direzione dopo l’incendio del magazzino Ghost Ship, sede di un collettivo di artisti, che nel dicembre del 2016 ha strappato alla vita una quarantina di giovani durante un concerto di musica house, proprio nella sua città: una tragedia che la denuncia di “Backstreets” e il congedo stile teen tragedy ballad di “Don’t Close Your Eyes”, parente stretta delle garbate riletture dell’ultima Nicole Atkins, chiamano direttamente in causa.

Sempre più trincerati nello sfavillio del loro sublime diorama, Shannon e compagni spingono a tavoletta sul pedale della nostalgia e di un modernariato inarrivabile, estremizzando la propria vocazione da polveroso girl-group e l’esattezza filologica delle loro rivisitazioni. Col suo poderoso contralto (tra Amy Winehouse e Beth Ditto, se proprio fossimo costretti a banalizzare), la Shannon cantante recita sempre più nei panni della dominatrice, non esita a giocarsi la carta del magnetismo malinconico e miscela ruvidezze e dolcezza, mentre con i suoi falsetti Cody Blanchard le contende volentieri la ribalta e la confezione approntata dal frontman dei Black Keys provvede a esaltare la patina retrò, oltre a moltiplicare le fascinazioni tra cori e controcori. Nonostante questi trucchi e nonostante qualche curioso barocchismo (il dialogo harpsichord/organo di “It’s Gonna Go Away), può capitare che la già elevatissima asticella non consenta di apprezzarne fino in fondo il virtuosismo, e sarebbe un peccato.

Meno simpatici e sconclusionati freak garage-rocker, i Clams sembrano aver riconvertito l’arrembante weirdness primitivista di ieri per porsi fino in fondo al servizio di un’arte mimetica non comune, rinunciando a qualcosa in termini di sincerità (e di originalità, certo) ma raffinando ulteriormente una formula che li vede sempre più incontrastati campioni del revival anni Cinquanta e Sessanta. In questo senso, “Onion” è davvero, forse, il loro lavoro più compiuto, sfrenato, spregiudicato, un curatissimo esercizio di stile che non pare voler lasciare nulla al caso.

Formidabile, in particolare, il carpiato in piena epopea bubblegum/surf della title track, profuso con un tale candore da questi maestri falsari da riuscire inappuntabile, o la stravaganza di rientro della sei corde di Cody in “Love Strike”, accompagnata per fortuna dalla Shannon forse più incline al romanticismo e da ritmiche nemmeno troppo vagamente caraibiche, per un cortocircuito sensazionale. Per non tacere poi del prepotente ritorno alla festa di fine anno scolastico con il lento struggente di “Did You Love Me”, da ballare guancia a guancia, dell’ennesima incursione cuore in mano per la burrosa performer nei meandri di un passato mitologico (“I Leave Again”), delle sinistre evocazioni tra spaghetti-western e rockabilly di “Strange Wind” o della parentesi calypso/beat-canzonettara di “I Never Wanted Love”, coi suoi fondali policromi di cartapesta appaltati al farfisa e alle immancabili chitarrine vintage messe a disposizione dal padrone di casa.

Persino i passaggi che diresti minori, quelli più leggeri e sbarazzini come “Tell Me When You Leave” o “If You Could Know” – col suo incantevole coretto doo-wop e una Shaw gattina sensuale come di rado le è capitato di mostrarsi – contribuiscono alla riuscita anche prospettica dell’affresco.
Il dazio collaterale della maniera, dell’eccesso di affettazione, resta per forza una variabile calcolata, ma i californiani compensano con l’autorevolezza di chi sia ormai così ben calato nella parte da potersi concedere il lusso, occasionalmente, del pilota automatico, senza colpo ferire ma soprattutto senza prestare il fianco a qualsivoglia controindicazione per l’ascoltatore. Se non siete tra coloro che ingrossano le fila dei detrattori, quelli di cui dicevamo all’inizio, forse non è troppo tardi per prestare orecchio all’inarrivabile Shannon Shaw e alle sue vongole.

(26/02/2018)

  • Tracklist

The Boy
It's Gonna Go Away
Backstreets
If You Could Know
I Never Wanted Love
Onion
Did You Love Me
Love Strike
I Leave Again
Tryin'
Tell Me When You Leave
Strange Wind
Don't Close Your Eyes







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