Shinichi Atobe

Heat

2018 (DDS) | tech-house, deep-house

Pubblica uno degli ultimi capisaldi della dub-techno prima maniera, nella forma di un breve Ep di quattro tracce, per sparire dalla circolazione per tredici lunghi anni, senza prestare il proprio nome neanche per un mix o una produzione esterna. Si ripresenta nel 2014, dopo che i Demdike Stare sono riusciti a entrarci in contatto, e da allora la sua presenza nello scenario elettronico mondiale, tra pubblicazioni d'archivio, mix e nuovi 12 pollici, è diventata costante, strappando il nome di Shinichi Atobe dalla singolarità di quel primo quartetto di tracce. Niente di particolarmente peculiare fin qui, la storia (o è meglio dire la non-storia?) dell'ignoto producer giapponese, al netto della ricomparsa successiva, è quella di tanti moniker legati a una o più pubblicazioni (talvolta anche di ampio successo) e poi accantonati di punto in bianco, per non essere più ripresi. L'arrivo di un progetto quale “Heat” spariglia però, e non di poco, le carte in tavola.

Teso a esprimersi attraverso un suono decisamente più introspettivo e annebbiato, con il suo nuovo album (indiscutibilmente il migliore) il produttore sterza a centottanta gradi e appronta un cambio netto nell'estetica e nel sound, adattando le sue enigmatiche e lente progressioni alla luce della deep-house più raffinata e della club-music d'ambiente. Ne deriva un lavoro che tiene fede alle premesse atmosferiche del titolo, un doppio vinile in cui Atobe dimostra di saper lavorare con una tavolozza meno statica nelle combinazioni cromatiche, di potersi permettere di operare con maggiore distensione emotiva, finanche con una serenità fino ad ora inedita. È una collezione di brani che non sacrificano la forte compattezza dinamica propria del giapponese, che giocano però con ritmo e timbri con un'attitudine diversa, uno slancio che lo porta ad azzardare le sue prime effettive composizioni ballabili, a costruire la sua personale idea di dancefloor. Nell'avvicinarsi alla melodia e a rilasciare la tensione accumulata nel corso del tempo, il producer ha trovato il suo Sacro Graal.

Se è vero che talvolta si evidenzia sullo sfondo quel nervosismo e quell'attitudine più uggiosa propri dei suoi trascorsi (evidente specialmente nei battiti subacquei di “Heat 4”, circondati da sinistre evocazioni ambient), nondimeno si tratta di tasselli di puzzle ben più compositi, in cui la polivalenza dei pattern si riverbera anche a livello emotivo/evocativo. Sfruttando nuovamente piccoli stratagemmi compositivi e mirati loop pianistici, ancora più indicati considerata la matrice soulful della più recente cornice estetica, Atobe sa come confezionare brani dal grande impatto scenografico, dove malinconia, distensione ed euforia si miscelano in un unicum indissolubile, un groviglio che ad ogni ascolto rivela una nuova piega di sé. A volte prossimo a lambire i lidi della microhouse di un Luomo o di un Matthew Herbert, con qualche venatura jazzy più marcata e sostanziale (la lenta ma inesorabile progressione dell'iniziale “So Good, So Right”), a volte invece vicino all'eleganza senza tempo di un Mr. Fingers (il lavoro di cesello nell'immersione deep di “So Good, So Right 2”), il nipponico sviluppa un'opera di grande respiro ed eccellente varietà tessiturale, quanto basta per una trasformazione tra le più sorprendenti degli ultimi anni.

Profondamente evasiva e sfuggente come il suo stesso autore, non per questo però incapace di una maggiore consistenza e di una decisa corporeità, quando è richiesto (gli umori tropicali di “Heat 1”, riletti comunque in una densa chiave atmosferica), la house di Shinichi Atobe brilla di luce propria, in un anno che nel settore è stato decisamente parco di novità appetitose. Chissà che questo “Heat” non sia la premessa per una calorosa e morbida ridefinizione a lungo termine.

(24/11/2018)

  • Tracklist
  1. So Good, So Right
  2. Heat 2
  3. Heat 4
  4. Heat 1
  5. Bonus
  6. Heat 3
  7. So Good, So Right 2


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