Silent Servant

Shadows Of Death And Desire

2018 (Hospital Productions) | minimal synth

What happens with failure? Disillusionment. I know it's in a good place. I want to touch it, but I don't want to live there. This is the not the person you are. Don't be this person. Stop.
(Juan Mendez)

La Sandwell District ha rivitalizzato la scena techno mondiale nei primi anni del decennio con un sound tenebroso, distopico, conturbante ed estremamente convincente. E la sua "dipartita" fu uno smacco difficile da digerire. I quattro cavalieri dell’apocalisse (Karl O'Connor, David Sumner, Peter Sutton e Juan Mendez) contribuirono, ciascuno alla propria maniera, alla celere espansione di un'esperienza che resta de facto un unicum nel clubbing internazionale. Un concept ben preciso, nato da una visione figlia di un'amore viscerale per i maestri Throbbing Gristle e Conrad Schnitzler, tritati e gettati in un secchio acid-techno post-Berghain, post-tutto.

Tuttavia, fin dal primo momento fu ben chiara la netta intenzione del quartetto di proseguire singolarmente quel percorso iniziato nei 90 soprattutto dall'ispirato O’Connor, aka Regis; un cammino ampliato da Sutton e Mendez, aka Female e Silent Servant, provenienti rispettivamente dai circoli newyorkesi e dalla fervida città degli angeli. Ed è stato proprio l'ultimo a mutare più volte con progetti paralleli atti al recupero della linfa minimal come Tropic Of Cancer e Sandra Electronics. Percorsi che riportano a galla le contorsioni sintetiche del passato: da Samuel Hobo (!) fino agli Oppenheimer Analysis. Un modello ripescato anche dalla producer statunitense Veronica Vasicka con la sua Minimal Wave.

Dopo aver strapazzato qualsiasi cosa nel 2012 con il memorabile “CLR Podcast #155” e l’altrettanto maestoso album d’esordio a moniker Silent Servant, Mendez ha occupato il proprio tempo prendendosi cura della Jealous God, altra intrigante creatura di culto messa in piedi con l’onnipresente Karl e un pezzo da novanta del calibro di James Ruskin.
“Shadows Of Death And Desire”, prodotto per la benemerita Hospital Productions dell'onnipotente Dominick Fernow, arriva quindi sei anni dopo “Negative Fascination” e punta a discostarsi dalle sue rarefazioni. L'intento è seguire la vocazione minimal di stampo dark palesata soprattutto nel concept Sandra Electronics, il più delle volte attraverso il lancio di cassettine a tiratura limitata.

I sette movimenti del disco evidenziano un’alienazione e una vocazione punk mai sedate. Si viaggia costantemente a corrente alternata, tra stravaganti piroette e battiti oscuri. Mendez isola l’ascoltatore e lo proietta in un ipotetico rave per anime perse e che mai vorrebbero ritrovarsi.
Una "danza", dunque. Un ballo tanto macabro, quanto straniante e votato all’isolamento. Regna una forte avversione, come ben espone l’atmosfera dell’introduttiva “Illusion”, prima che i "danni" inferti da tale misantropia mostrino i propri effetti attraverso il groove cavernoso della successiva “Harm In Hand”. Il tumulto electro di “Damage” e il mantra di “Loss Response” rievocano invece il disagio di Cosey Fanni Tutti e il tribalismo più esoterico. Mentre la conclusiva “Optimistic Decay” consente a una fioca luce di penetrare all’interno. Si avverte una sottile speranza, un insolito ottimismo. Il passo è improvvisamente morbido, e sale in cattedra una voce dolcissima, a tratti incorporea. Un episodio che vede, tra l'altro, Mendez riunirsi con la cantante Camella Lobo (Tropic Of Cancer).

Tirando le somme da un piano strettamente allegorico, potremmo definire “Shadows Of Death And Desire” come la pagina stropicciata di un diario volutamente sepolto sotto quintali di rifiuti radiottivi. Il secondo scatto disilluso di un producer intimamente visionario.

(01/12/2018)

  • Tracklist
  1. Illusion
  2. Harm In Hand
  3. Damage
  4. Loss Response
  5. 24 Hours
  6. Glass Veil
  7. Optimistic Decay
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