Simple Minds

Walk Between Worlds

2018 (BMG) | synth-pop, wave

Recensire un nuovo disco dei Simple Minds ormai da tempo era diventato un mero calcolo matematico: bastava aggiungere 3/4 anni, cioè quanto trascorso dall'album precedente, aggiornare la data et voilà, la recensione negativa per il resto poteva non cambiare di una virgola, vista la totale mancanza di qualcosa di nuovo, e soprattutto di buono, per almeno due decadi e mezzo, a voler essere generosi.
Ma il tutto ha un mandante e un tempo ben preciso. Perché dopo un brillante avvio di carriera in ambito art-rock trasformatosi poi in wave/synth-pop, e un crescendo magnifico di dischi tipo "Empires And Dance" e "Sons And Fascination", culminato col pregevolissimo "New Gold Dream", Jim Kerr tutto a un tratto si mette in testa di inseguire gli U2 sul loro terreno.
Comincia con l'ingaggiare il loro storico produttore Steve Lillywhite per un disco, "Sparkle In The Rain", che presenta ancora alcune grandi canzoni ("Up On The Catwalk" e "Speed Your Love To Me" su tutte) e il trademark della casa, ma solo a tratti, e infatti l'operazione riesce a metà. Poi, insoddisfatto per non aver ancora monetizzato il marchio a dispetto dell'ormai acclarata popolarità, sfrutta l'occasione con un brano non suo, "Don't You". Il passepartout è un disco patinato di puro pop commerciale, "Once Upon A Time", che affossa del tutto qualsiasi velleità artistica a venire.

Negli anni successivi, senza ritegno, Jim "vorrei essere Bono" Kerr fa anche di peggio, ossia scimmiottare il più noto rivale anche nel campo della retorica politico-sociale. Il mondo, ahimè, non sarà più lo stesso tra uno Sting che si erge a promesso salvatore dell'Amazzonia, gli U2 che promettono azzeramenti del debito a destra e a manca e Kerr che si vuole legittimare come strenuo paladino dei diritti umani, urlando ai quattro venti free free Nelson Mandela.
Non basta. Convinto ormai di aver raggiunto Bono dopo un lungo ed estenuante inseguimento, succede che quest'ultimo, con un doppio carpiato degno di un fosse antani di "Amici Miei", o peggio della coppia Boldi-De Sica alle prese col gesto dell'ombrello in uno dei tanti cinepanettoni, gli tira un colpo basso mica da ridere, estraendo dal cilindro quel mezzo capolavoro di "Achtung Baby". Ed è game, set, match.
Big Jim, che pensava di vincere giocando d'anticipo con "Real Life", ne esce distrutto, con un discaccio insulso che nonostante le buone vendite iniziali finisce dopo pochi mesi nella cesta delle occasioni a 1.900 lire del catalogo dei Magazzini Nannucci. E, quel che è peggio, avendo pure perso il tastierista e autore dei migliori arrangiamenti della band, ossia Mick MacNeil, che vista la mala parata e i deliri di onnipotenza del caro leader pensa bene di abbandonare la nave che affonda.

La fine, ingloriosa, si concretizza in una lunga serie di dischi inutili e mediocri, se non addirittura osceni (vedi album di cover "Neon Lights"), almeno fino al 2014. E se la band in tutto questo tempo rimane viva è solo grazie alla pervicace tenacia del duo Kerr/Burchill nel non mollare, complice un'incessante attività live agevolata da un cospicuo seppur datato catalogo, che permette operazioni nostalgiche e furbette ma in fondo non disprezzabili come la raccolta e relativo tour di 5x5.
A questo punto, siamo nel 2014, Kerr come d'incanto si ricorda di essere (stato) un grande autore di canzoni. Il risultato è "Big Music", ricco di rimandi, pure troppi, al glorioso passato synth-wave. Però, ecco, seppure manchi di sperimentazione, della carica innovativa e dell'energia nervosa degli esordi, il disco certifica che c'è vita sul pianeta Minds. Battito debole, come è ovvio, perché non basta un album appena discreto a cancellare trent'anni di nulla artistico, ma una tenacia e una disperata voglia di dimostrare al mondo che ci sei ancora, queste sono le coordinate in cui si muove "Big Music".

Arriviamo così ai giorni nostri, che vedono un Bono sempre più indaffarato a elaborare coretti da stadio per dischi insulsi, ben supportato in questo dall'ormai sodale Chris Martin, e un Jim "non voglio più essere Bono" Kerr decisamente rinfrancato. È tempo di "Walk Between Worlds", disco più pop e chitarristico del precedente (vedi il primo singolo "Magic"), con reminiscenze art-rock ("Utopia" e "Summer"), orchestrazioni registrate ad Abbey Road - grazie mamma BMG - e atmosfere dilatate, quasi cinematografiche. Per esempio nell'omonima che dà il titolo all'album, o in "Barrowland Star", uno dei brani di punta con assolone finale di Burchill, che prende il nome dallo storico club di Glasgow dove tra l'altro i Minds girarono il clip di "Waterfront". Brano che peraltro non è inedito in quanto già pubblicato, in veste solo strumentale, come lato B del singolo "She's A River" (1995).
L'episodio migliore però rimane "Signal And The Noise", uno splendido midtempo con suoni, noises e ritmiche totalmente wave e ritornello di impatto immediato, che avrebbe fatto ottima presa anche nel periodo d'oro. Sarebbe degno di nota anche il terzo singolo "Sense Of Discovery", che parte bene, ovattato, cresce nella strofa, poi arrivi al bridge e ti cadono le braccia, causa copia/incolla dal chorus di "Alive And Kicking". Autocitazione, ok, ma si poteva far meglio.
"Angel Underneath My Skin", che chiude il disco, fin dal titolo per arrivare a cantato e melodia rimanda il sottoscritto direttamente a Le Bon e compari, con un ritornello che più Duran Duran non potrebbe.

La produzione è ben curata, il disco suona bene con arrangiamenti moderni e un buon equilibrio tra chitarre ed elettronica, e alla fine risulta una sorta di bignamino tascabile di quanto le menti semplici hanno fatto, nel bene e nel male, in quarant'anni di storia. Certo, manca sempre quella hit inseguita invano da non-so-più-quanti-lustri (Kerr venderebbe anche la Scozia alla regina Elisabetta per averne una in mano, ora) e che probabilmente non saranno più in grado di scrivere. Ma considerato che "noi dieci anni fa eravamo praticamente morti, nessuno era più interessato alla nostra musica" (intervista recente su La Repubblica), la sufficienza si concede volentieri. E anche l'ingresso ai piani alti della Uk chart (#4), dopo anni e anni di oblio, che di per sé non certifica automaticamente la bontà del prodotto, è comunque sintomo un rinnovato interesse intorno alla band.
Auguri di buon quarantennale a Kerr e soci tutti, passati e presenti.

(20/02/2018)



  • Tracklist
  1. Magic
  2. Summer
  3. Utopia
  4. The Signal And The Noise
  5. In Dreams
  6. Barrowland Star
  7. Walk Between Worlds
  8. Sense of Discovery
  9. Silent Kiss
  10. Angel Underneath My Skin
  11. Dirty Old Town (live)




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