SOPHIE

Oil Of Every Pearl's Un-Insides

2018 (Future Classic / Transgressive) | post-club, pc-music, ambient

Ha causato sconquassi significativi nel mondo dell'elettronica e del pop, attraverso un metodo produttivo e un'estetica che ripescavano i lustrini e la sfacciataggine di molto mainstream anni 00 ribaltandone completamente la prospettiva e gli intenti, diventando figura chiave del cosiddetto accelerazionismo. Le sue qualità sono state evidenziate da collaborazioni di pregio, che ne hanno propagato l'immaginario sia a livello mainstream che in ambiti più indie-oriented (si va da Madonna a Vince Staples, oltre all'amica Charli XCX), con fazioni ben definite che di volta in volta hanno lodato oppure stroncato senza appello i suoi metodi compositivi e le peculiarità espressive. Il tutto è avvenuto però attraverso una posizione di cosciente (semi)anonimato, nella consapevolezza che il messaggio potesse arrivare senza alcun bisogno di un volto ad accompagnare. Una volta però che le dinamiche sono mutate, ha ancora senso agire nell'ombra?

La risposta, puntualissima, è arrivata qualche mese fa, in contemporanea alla pubblicazione del video di "It's Okay To Cry". Una chioma rossa dal taglio peculiare, un rossetto acceso, un accenno di seno, e infine uno sguardo capace di raccontare più di mille parole: se questo già di per sé poteva essere un pacchetto spiazzante, date le premesse del tutto indefinite, arriva poi la voce, finalmente sfrondata di pressoché ogni effetto, a fornire il colpo di grazia. Così umana, priva di quella perfezione digitalizzata portata alle sue conseguenze più parossistiche, questa fornisce probabilmente il tassello più importante su chi sia SOPHIE e, soprattutto, su quelle che siano le sue intenzioni, presenti e future. Con un timbro sottilmente sensuale, androgino, che sottolinea ogni passaggio della canzone mediante l'appropriato contributo emotivo (specialmente nel burrascoso climax finale), la produttrice inglese si mette letteralmente a nudo, in una vulnerabilità assoluta, rispecchiata anche dal contestuale coming out dell'autrice come donna transgender.

Ben più che un semplice colpo ad effetto, buono soltanto per il chiacchiericcio di qualche giorno, il disvelamento della sua identità ha impostato sin dall'inizio le coordinate, tematiche e sonore, che caratterizzano il macrocosmo artistico di "Oil Of Every Pearl's Un-Insides". Primo album effettivo per la producer inglese, condiviso dalla stessa attraverso il suo canale YouTube, il lavoro edifica sulle fondamenta pc-music/hyper-pop dei tanti singoli distribuiti a partire dal 2013, ma ne amplia a dismisura le possibilità, proseguendo sulla strada di uno sperimentalismo che pareva oramai appartenente al passato. Espandendosi in più direzioni, da un lato verso le forme sfrangiate dell'estetica post-club, dall'altra flirtando con ambient e la ricerca vocale, Sophie Xeon (questo il nome adesso) instaura un dialogo intenso tra il proprio vissuto e la sua arte, in una corrispondenza reciproca che porta a un linguaggio di grande personalità, per quanto ancora in fieri. Ma questo, in gran parte, è proprio il suo bello.
Non è proprio un caso che anche ad ascolti ripetuti l'album risulti disomogeneo, frammentato, tutt'altro che riconducibile a un corpo sonoro unitario. Riflesso dell'attuale fase di vita di Xeon, in cui tutto è una continua riscoperta e niente risulta ancora perfettamente stabilizzato, il disco stesso gioca con il medesimo concetto di transizione, sia dal punto di vista stilistico che in un ambito più strettamente lirico. È anche per questo che i cambiamenti messi in atto, per quanto tutt'altro che minimi, si pongono comunque in discreta continuità rispetto alla produzione passata, indicando il percorso da seguire piuttosto che la meta conclusiva.

Le forme pc-music, adattate a un contesto decisamente meno sarcastico/critico, riaffiorano quindi anche nell'album in questione, ma scomposte nei loro elementi fondamentali, adattate a scenari ben più compositi. La menzionata "It's Okay To Cry" sfrutta quindi gli stilemi bubblegum-bass della base riposizionandoli in un ambito compositivo che annulla completamente l'esasperata (per quanto voluta) estetica kawaii della voce, per abbracciare un melodismo pop più classico e al contempo raffinato. La successiva "Ponyboy" opera invece al contrario, con la scomposizione a preservare i pesanti filtri applicati all'elemento vocale (capace di inerpicarsi anche a sinistri scimmiottamenti soul), ma inserendola in un contesto ben più aspro, che incrocia l'hip-hop ad attente dinamiche (post-) industriali, in una conciliazione tra accessibilità e asperità sonora.

Se il comparto musicale opera attraverso strappi e raccordi (con un senso della disposizione in scaletta dal tocco quasi prog), non è da meno il contesto testuale, che abbraccia allo stesso tempo biografia e allegoria, senza alcuna soluzione di continuità. Speranzosa, a volte addirittura euforica, ma ben conscia delle difficoltà di una persona transgender/gender non-conforming, SOPHIE concepisce un universo in cui realtà tangibile e desiderio di fuga corrono su binari paralleli, di fatto animando in egual misura i brani del disco. La conclusiva "Whole New World/Pretend World" sintetizza già dall'incipit il concetto, in una sovrapposizione di concretezza e finzione portata alle estreme conseguenze. Il susseguirsi di frastagliate scariche electro supporta dapprima l'ossessiva ripetizione del titolo, in un accavallarsi sempre più violento che svapora infine in una lunga coda per droni e manipolazioni vocali, prossima alle muraglie soniche di Tim Hecker.
Laddove "Immaterial" ribalta le contingenze specifiche della "Material Girl" di Madonna, nella vana ed esaltata aspirazione di un'incorporeità dove ogni cosa è possibile, "Is It Cold In The Water?" prende atto delle difficoltà e dei contrasti connessi con la ricerca della propria identità, nel momento più straniante e poetico mai edito da Xeon. Forte di ascese vocali dal tocco quasi gospel, di un'intensità unica nel repertorio della producer (pari forse all'inaspettato e brulicante stacco ambient-drone di "Pretending"), il brano rivela una gestione dell'emozione di prima grandezza, modulando un senso di spiritualità che esalta ogni singolo frammento di rumore, svelandone la suggestione nascosta. Niente male, per chi è stata tacciata di eccessiva chirurgia e mancanza di anima.

Manifesto queer per eccellenza dell'anno in corso, testimonianza sincera di un processo di conoscenza di sé ben poche volte immortalato con una simile dovizia di particolari, "Oil Of Every Pearl's Un-Insides" scava in profondità nelle pieghe dell'anima di Sophie Xeon, riuscendo parallelamente a non scadere nel solipsismo autobiografico. Aspro e contrastato, ma allo stesso tempo dotato di un fascino del tutto personale, il primo album della produttrice britannica profuma di speranza e libertà, di quella gioia dolorosa che si agguanta con grande difficoltà, ma da cui è impossibile separarsi. Oltre le limitazioni (di ogni natura) del passato, il futuro di SOPHIE promette grandi sensazioni.

(06/07/2018)

  • Tracklist
  1. It's Okay To Cry
  2. Ponyboy
  3. Faceshopping
  4. Is It Cold In The Water?
  5. Infatuation
  6. Not Okay
  7. Pretending
  8. Immaterial
  9. Whole New World / Pretend World






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