Splashgirl

Sixth Sense

2018 (Hubro) | post-jazz

Col passare degli anni, fra le tante scoperte attinte dall’underground norvegese, Hubro è diventata anche un alloggio stabile per le formazioni più prolifiche e creative. “Sixth Sense” è infatti il quinto Lp del trio Splashgirl sulla label scandinava – se escludiamo lo split con gli Huntsville, già rivelati dalla storicizzata Rune Grammofon – e con esso la loro spinta innovativa non va certo scemando.
Quelli della loro ultima sessione in studio sono infatti sette pezzi non facili, perlomeno da afferrare con totale coscienza, tale è il distacco dall’interplay di un classico trio jazz – istanza che, a onor del vero, non ha mai trovato spazio nel suddetto catalogo.

Alle sparute note iniziali di pianoforte (Andreas Stensland Løwe), memori del Tigran Hamasyan più intimista, si vanno in breve tempo sostituendo tastiere fantascientifiche in stile Supersilent, mescolandosi ai ruvidi e sinuosi fraseggi di un contrabbasso ovattato (Jo Berger Myhre) e leggere percussioni di metallo (Andreas Lønmo Knudsrød). Già dal secondo brano lo sviluppo si fa più enigmatico e singhiozzante (“Broken”), dove il contributo più curioso e imperscrutabile rimane quello della sezione ritmica, con una drum machine sottotraccia a mo’ di contrappunto per gesti che spesso sembrano volti a tratteggiare un’atmosfera, anziché a generare una forza motrice per l’intero terzetto.

Più avanti la situazione non fa che complicarsi: nella title track, fredde intersezioni di fanfare Hammond alla Keith Emerson si propagano liberamente al lato opposto di una sovraeccitata free impro non distante dai colleghi Brutter; si aprono poi le porte di un lugubre e asfittico sotterraneo come lo avrebbe immaginato Toby Driver (“Monsoon”), con progressioni irregolari di profondi accordi di piano e chitarra, tra feedback crepitanti e ritualistici tintinnii di piatti; e ancora intermittenze digitali frapposte a un funereo sfregare di contrabbasso (“Half Self”) prima di tornare a un progressivo stato di quiete, tra poche note e accenni ritmici, sospeso in quel limbo dove i Necks amano sostare prima di abbandonarsi del tutto alla trance indotta dalla ripetizione differente.

La quantità di soluzioni ricercate dagli Splashgirl per evadere dagli automatismi esecutivi è di per sé il maggior valore aggiunto di un album affascinante ma non del tutto coinvolgente – quale di certo sarebbe, invece, se ascoltato dal vivo, nel pieno di un processo creativo che in gran parte si realizza al momento stesso della performance. Comunque sia, anche qui l’eclettica identità norvegese è salda e ben riconoscibile, e ciò non può che essere un bene.

(15/05/2018)

  • Tracklist
  1. Carrier
  2. Broken
  3. Sixth Sense
  4. Monsoon
  5. Half Self
  6. Taal Caldera
  7. Sedna
Splashgirl on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.