Stefano Pilia & Massimo Pupillo

Kenosis

2018 (Soave) | sperimentale, drone

Negli ultimi anni i loro nomi sono divenuti tra i più ricorrenti nell'ala dark della sperimentazione italiana e non solo, al punto che non ha più senso enumerare tutte le band e i progetti ai quali hanno man mano preso parte. Con ogni evidenza, Stefano Pilia e Massimo Pupillo non sono soltanto strumentisti di raro talento, ma anche e soprattutto insaziabili menti creative che nell'incontro occasionale, nel dialogo incerto tra voci estranee, ricercano e trovano la loro vocazione più autentica.

Già in trio assieme a Oren Ambarchi (“Aithein”, 2016), performer della stessa specie ibrida e onnivora, il chitarrista e il bassista mettono a frutto un lungo periodo di gestazione tematica e sonora attorno al concetto di kénosis, pregno di significato e suggestione drammatica. Termine d’utilizzo prettamente cristologico, esso sta a indicare l’abbassamento, letteralmente lo svuotamento di Dio nel congiungersi all’umanità attraverso il Cristo suo figlio. Sarebbe stato lo stesso Pupillo, d’altronde, il principale responsabile della recente virata degli Zu verso la dimensione ritualistica di “Jhator”, primo album su House Of Mythology, e che presto troveremo rielaborata nell’inedita formazione con David Tibet, ZU93.

Ma l’intensa esplorazione del duo sembra muovere anche da una forma propria di misticismo, in parte derivata dall’utilizzo del "Libro Rosso" di Jung, aperto su una pagina diversa a ogni sessione, e le cui illustrazioni hanno guidato il processo compositivo dell’album; altre fonti d’ispirazione, si legge, includono il Sutra del Diamante, le lezioni di meditazione di Joseph Goldstein, campane da chiesa e gli uccelli nei dintorni dello studio di registrazione. I nomi anagrafici sono infine coadiuvati da simboli Unicode che associano due fasi lunari – luna nuova e ultimo quarto – per mezzo di una croce greca dai bracci equivalenti (◉ ╋ ◑).

La lunga suite che occupa il primo lato dell’Lp, edito da Soave, procede ad alimentare una nube di stratificazioni che inducono e sono indotte da un sentimento contemplativo paziente e disciplinato: l’intera gamma di effetti acustici deriva dalle corde degli strumenti principali, benché processati analogicamente sino a presentarsi come spontanee mutazioni elettroniche degli stessi. È anche in questo carattere elusivo che acquista senso il titolo mutuato da Tertulliano, “Credo Quia Absurdum”, locuzione nella quale è racchiusa la natura dolorosamente contraddittoria dell’atto di fede, inteso come accettazione consapevole di assunti che sfuggono al pensiero razionale.
Ma il passaggio cruciale è certamente “πνεύμα” (spirito), ove le voci di un coro sacro sono deformate – svuotate, per l’appunto – in un rallentamento estremo dell’incisione originale, come un nastro magnetico soggetto a una combustione graduale e irreversibile, dalle cui ceneri riemerge con più nitidezza il tratto distintivo dell’archetto di Pilia.
“Partus Solvere”, ovvero un nuovo inizio, una rinascita: gli ultimi minuti di “Kenosis” paiono attirare lentamente a sé tutte le energie rimaste estranee alla liturgia del duo, destinata a concludersi aprendo uno squarcio luminoso, seppur sottile, sulle misteriche introspezioni sinora evocate.

Molti progetti recenti continuano a giocarsi sull’irto crinale fra religione ed esoterismo, e ciò non soltanto con l’effetto di tornare a sollevare interrogativi esistenziali che oggi le arti preferiscono sopprimere, ma anche e soprattutto di ricreare una dimensione d’ascolto profondo ove la materia sonora si esprime tramite simboli che richiedono tutta la nostra dedizione per essere decodificati. Così avviene nelle talvolta ermetiche astrazioni di Pilia e Pupillo, dei quali bisogna ammirare il metodo intransigente adottato per conseguire soluzioni espressive non prestabilite, risultanti da un processo di completa maturazione a prescindere dalla validità del suo esito finale.

(14/06/2018)

  • Tracklist
  1. Credo Quia Absurdum
  2. πνεύμα
  3. Partus Solvere
Stefano Pilia & Massimo Pupillo on web


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