Stephen Malkmus & the Jicks

Sparkle Hard

2018 (Domino) | indie

La preziosa vena creativa di Stephen Malkmus fortunatamente non accenna a prosciugarsi. A distanza di quattro anni dal buon “Wig Out At Jagbags” (Matador, 2014) il cantautore americano di casa a Portland torna insieme ai suoi Jicks per confezionare un album raffinato, ricco e godibilissimo. Malkmus fa parte di quel gruppo di proficui, longevi ed eclettici compositori proveniente dall’underground rock anni Ottanta/Novanta che ha definito lo sfaccettato macro-genere indie pop-rock, con Lou Barlow (Dinosaur Jr., Sebadoh, Folk Implosion), Robert Pollard (Guided By Voices), Ira Kaplan (Yo La Tengo) e Isaac Brock (Modest Mouse), ma anche Ben Folds (Ben Folds Five) e Jason Spaceman (Spacemen 3Spiritualized).

Prima di tutto "Sparkle Hard" raccoglie canzoni indie pop-rock perfettamente scritte e magistralmente arrangiate con echi di passato e presente: il fascino della psichedelia, l’amore per la melodia e lo stupore per l’inatteso scorrono in brani pressoché perfetti come “Solid Silk” - probabilmente il capolavoro del disco - in cui ritrovare la quintessenza dell’arte compositiva di Malkmus. Il suo inconfondibile stile di paroliere intride una melodia agrodolce cantata al passo di una ninna nanna, mentre tra una strofa e l’altra si apre il refrain strumentale arricchito dagli archi e dai synth in stile 70's. “Scratched out a doggerel verse or two/ To set you back on your way, back to you/ In a minute/ Cynical pinnacles, we swung too high/ Flaccid as a wedding cake, but tight makes right/ With a kiss goodnight”.

Il disco ha un grande equilibrio, è coeso e compatto. La scaletta è varia e scorre in maniera fluida tra uno stile e altro, presentando brani più tenui e riflessivi (l’iniziale “Cast Off”), pezzi più dinamici e vitali (“Bike Lane” e “Shiggy”), o canzoni che riassumono singolarmente tutto quello che è stato scritto finora (“Kite”). Emerge il duetto tra Malkmus e Kim Gordon (Sonic Youth, Body/Head), non tanto per la ricercatezza del brano quanto per la sua (auto)ironia. Tributando gli stilemi dell’indie-folk americano, chiosano i due: “Marry on, children/ But be aware, the world doesn't want you anymore/ I know you’d like to refute all I say/ I know you’d like to refute all I say/ I know you’d like to refute/ All that I have shared today”.

“Sparkle Hard” esprime un songwriting raffinato ed energico che rimanda a una sorta di composita genealogia musicale nota agli ascoltatori di Malkmus, senza sentire la necessità di fornire citazioni esplicite. Tra assonanze con Beatles, Beach Boys, Ramones e Nick Drake, il disco raccoglie anche tante influenze dal contemporaneo, a loro volta riflesse nella musica del cantautore e dei suoi storici Pavement, i quali hanno contributo sostanzialmente a coniare in musica le parole “lo-fi” e “indie”. Così “Future Suite” ricorda le Sleater Kinney di “The Hot Rock” (Kill Rock Stars, 1999) quanto “Difficulties/ Let Them Eat Vowes” richiama i Broken Social Scene, mentre “Middle America” potrebbe essere proprio un brano dei Pavement.

L’epifania che si prova nell’ascolto ricorda l’entusiasmo misto a quieta resa provato per “Fade” degli Yo La Tengo (Matador, 2013), mentre la dolcezza dei suoni e la cadenza lieve dei fraseggi degli strumenti a corda richiamano il disco solista di un veterano dell’indie-rock, lo splendido “Electric Cables” (Domino, 2012) di Gerard Love dei Teenage Fanclub col progetto Lightships. Tutto questo scorre, passa, si trasforma e si riavvolge. Si rincorrono i fraseggi, che inseguono gli archi poi sostituiti dalle chitarre elettriche, dalla cassa e dal rullante, in un ascolto in loop dove si potrebbe rimanere sospesi per ore. Vorremmo cantare tutti insieme ad alta voce e trovarci, appena chiusa la porta, sulla strada verso un concerto.

(09/07/2018)

  • Tracklist

1. Cast Off
2. Future Suite
3. Solid Silk
4. Bike Lane
5. Middle America
6. Rattler
7. Shiggy
8. Kite
9. Brethren
10. Refute
11. Difficulties / Let Them Eat Vowels

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