Steven Wilson

Home Invasion: In Concert At The Royal Albert Hall

2018 (Eagle Rock) | progressive rock

Fra nostalgie, contraddizioni e rivendicazioni – tutte dei fan, sia chiaro – l’arte e la carriera di Steven Wilson procedono a ritmo sostenuto con successi mai ottenuti prima: lui stesso si è stupito, nei giorni seguenti la pubblicazione, trovando “To The Bone” al primo posto nelle classifiche di vendita del Regno Unito, traguardo mai raggiunto nemmeno nel corso della tanto rimpianta epoca dei Porcupine Tree, il cui scioglimento non è ancora andato giù a molti sostenitori di vecchia data. Al solito su Facebook c’è chi dà il peggio di sé, con commenti di scherno che mai oserebbero proferire davanti al diretto interessato, ma la verità è che la presunta “svolta pop” di Wilson non ha quasi per nulla intaccato la riverenza del suo pubblico, che in ogni dove ha fatto registrare sold-out segnando ancora un altro tour di enorme successo.

Il momento culminante di questo fittissimo calendario – che attualmente conta ancora più di sessanta appuntamenti in Europa e oltreoceano fino al prossimo marzo – non poteva che essere la tripletta di serate alla Royal Albert Hall londinese, documentata e ora resa disponibile con l’appropriato titolo “Home Invasion”, mutuato dal brano centrale di “Hand. Cannot. Erase”.
Una partita in casa, per l’appunto, presso un teatro di prestigio internazionale che Wilson considera la sua sala da concerto preferita, e cui ha voluto dedicare un fastoso (e festoso) show di oltre due ore e mezza. Doppio cd, Dvd e Blu Ray come di regola, prima di un’edizione deluxe da cinque Lp in uscita al termine del tour.

Pur difendendo a spada tratta le proprie scelte stilistiche, la star del rock britannico non ha certo rinnegato la trentennale avventura della sua band storica: così, per dimostrare ai fan che il creatore ha ancora la sua mastertape, nella lunga scaletta di “Home Invasion” arriva a sacrificare tutto il repertorio solista pre-“Raven” in favore di una manciata di classici, scelti con cura dal periodo tra “Stupid Dream” e “Fear Of A Blank Planet” (soltanto “Lazarus” era rimasta irrinunciabile anche nei live degli ultimi anni). Su tutte è la suite “Arriving Somewhere But Not Here” a innescare le più intense memorie tardo-psichedeliche di “Deadwing”, mentre “Even Less” viene presentata per sola voce e chitarra come nel live acustico “We Lost The Skyline” di un decennio fa. “Sleep Together” dà lo scossone necessario a richiamare a gran voce i bis, tra cui una “The Sound Of Muzak” (da “In Absentia”) che nell’ultimo ritornello fa elevare un coro spontaneo dalla platea.

La rappresentanza dell’ultimo album è più che corposa: a eccezione della title track, “To The Bone” viene eseguito integralmente in ordine sparso, dalla doppietta iniziale di “Nowhere Now” e “Pariah” alla commovente preghiera di “Refuge”, dal riff crudele di “People Who Eat Darkness” al clamore della lunga “Detonation”. All’inizio del secondo atto però, prima di dare il via alla gioiosa danza di “Permanating” con la Bollywood Company (per molti la vera pietra dello scandalo), Wilson mette neanche troppo scherzosamente le mani avanti, tacciando di snobberia chiunque consideri futile la musica pop, e con l’occasione ribadendo la supremazia dei Fab Four e degli ABBA.
L’ormai immancabile vocalist Ninet Tayeb è accolta dal pubblico con grande affetto: oltre al singolo “Pariah” e allo scuro duetto di “Song Of I”, è il breve intimismo di “Blank Tapes” a lasciare il segno tra gli ultimi brani della scaletta, che ormai da tradizione si conclude con la malinconia gotica di “The Raven That Refused To Sing”, tra le più compiute espressioni poetiche del Wilson maturo nonché ideale punto di contatto tra l’immaginario prog classico e l’inconfondibile stile Porcupine Tree.

La storia va avanti, per di più gloriosamente, e il processo creativo di questo grande autore segue ormai un ciclo collaudato in cui gli album e i relativi tour si alimentano a vicenda grazie alla costanza di quegli stessi fan che, pur lamentando la (necessaria) chiusura di un capitolo fondamentale, hanno visto aprirsi uno scrigno di meraviglie e innovazioni rigeneranti per loro e per Steven Wilson, quantomai libero e fiero delle predilezioni che ne hanno ispirato, più o meno segretamente, l’intero percorso.

(04/11/2018)

  • Tracklist

Cd 1

  1. “Truth” (Intro)
  2. Nowhere Now
  3. Pariah
  4. Home Invasion / Regret #9
  5. The Creator Has A Mastertape
  6. Refuge
  7. People Who Eat Darkness
  8. Ancestral
  9. Arriving Somewhere But Not Here


Cd 2

  1. Permanating
  2. Song Of I
  3. Lazarus
  4. Detonation
  5. The Same Asylum As Before
  6. Song Of Unborn
  7. Vermilloncore
  8. Sleep Together
  9. Even Less
  10. Blank Tapes
  11. Sound Of Muzak
  12. The Raven That Refused To Sing




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