Suede

The Blue Hour

2018 (Warner) | symphonic pop, britpop

C'è un momento particolare che ci ha fatto immergere dentro "The Blue Hour", l'ottava opera in studio dei Suede: alcune settimane prima della pubblicazione abbiamo fatto pressione sul pulsante play dei nostri tablet per scrutare il videoclip di "Life Is Golden". Un'esperienza che ha consentito di scoprire uno dei singoli più devastanti del 2018, la dimostrazione pratica di quanto Brett Anderson e soci siano ancora in grado di scrivere canzoni di un'intensità inaudita, di emozionare proprio come all'inizio degli anni 90, quando anticiparono l'esplosione dell'ondata britpop. Poche band si sono preservate in questo modo, dimostrando talento e capacità di scrittura assolutamente intatti. "Life Is Golden", quel ritornello, una lama che ti squarta l'anima in due, quelle immagini inquietanti che raccontano Chernobyl abbandonata, un resoconto post-atomico in netto contrasto con la bellezza stordente di musica e parole, Life Is Golden dove la vita non c'è tragicamente più.

Ma l'esperienza d'ascolto di "The Blue Hour" era partita già con l'afflato sinfonico di "The Invisible", la voce di Brett Anderson che penetra sin nelle ossa mentre una ragazza si dondola sull'altalena, e la più abrasiva "Don't Be Afraid If Nobody Loves You", con sugli scudi le chitarre di Richard Oakes. A quel punto l'attesa per l'ascolto dell'intero "The Blue Hour" si è fatta spasmodica, solo in parte sedata da "Flytipping", oltre sei minuti che condensano gran parte delle anime dei Suede, comprese una flebile tendenza al noise e la magniloquenza delle strutture. Basterebbero queste quattro tracce per fare di "The Blue Hour" un disco monumentale, iper-emozionante, che lascia increduli e rischia di strappare lacrime (di malinconica gioia) ai fan, per di più rafforzato da una scrittura ambiziosa, che ricerca lo svolgimento cinematografico. Ma anche il resto della scaletta non delude certo le aspettative.

Da un lato c'è il passo melodrammatico dei tempi migliori, inaugurato dai leggiadri arrangiamenti presenti dalle prime note dell'iniziale "As One", dall'altro lato c'è la fiamma del britpop sempre accesa, che sa facilmente trasmutarsi in anthem rock, aspetto sancito sin dalla successiva "Wastelands". Brividi, brividi a fior di pelle ovunque, nei tremendi crescendo di "Beyond The Outskirts", negli arpeggi di "Mistress", nell'evocativa pace di "All The Wild Places". L'emotività si attesta ai massimi storici, rinforzata dal puntuale lavoro dell'Orchestra Filarmonica di Praga, che trasforma alcune tracce in vere e proprie liturgie, come accade per "Chalk Circles", sorta di intro per la rotonda "Cold Hands", uno di quei pezzi che farebbero la fortuna di qualsiasi band emergente d'oltremanica.

Brett Anderson deve aver fatto un patto col diavolo: lo osservi e lo trovi ancor più splendente e autorevole rispetto a (sigh!) tanti anni fa, lo ascolti e scopri che la sua voce col passare del tempo si è ancor più arricchita di sfumature. In "The Blue Hour" la band ci racconta l'ora del crepuscolo, quando il rosso del tramonto lascia gradualmente spazio al buio della notte. Musica per la quale a vent'anni ognuno di noi avrebbe potuto uccidere, e che ancora oggi continua a lasciare di sasso per la disarmante bellezza. Uno dei dischi più sorprendenti dell'anno e uno dei migliori dell'intera discografia dei Suede. Dai tempi di "Dog Man Star" non realizzavano una raccolta dal taglio così profondamente emozionale. Alla faccia di chi in almeno un paio di circostanze li aveva dati per inesorabilmente spacciati. Canzoni come queste si scrivono soltanto in paradiso.

(25/09/2018)

  • Tracklist
  1. As One
  2. Wastelands
  3. Mistress
  4. Beyond The Outskirts
  5. Chalk Circles
  6. Cold Hands
  7. Life Is Golden
  8. Roadkill
  9. Tides
  10. Don't Be Afraid If Nobody Loves You
  11. Dead Bird
  12. All The Wild Places
  13. The Invisibles
  14. Flytipping




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