Testbild!

Stad

2018 (Kalligrammofon) | canterbury, jazz-pop, prog

Quando i Testbild! pubblicarono “Belka & Strelka” mi ritrovai a descrivere la musica della band svedese come orchestral-symphonic-ambient-lounge-electronica-folk-psychedelic-jazz-surf-beat-post-pop-music. Una definizione indubbiamente eccessiva, ma che ben rappresenta la malleabilità del loro stile, a volte apparentemente statico, in altre occasioni mutevole e imprevedibile.
Con “Stad” il gruppo di Malmö affronta il momento più difficile della carriera. Gran parte dei musicisti si sono trasferiti a Stoccolma, mettendo a rischio il futuro assetto della band; nel frattempo l’attività live è diventata sempre più sostanziosa, ed è questa la novità più rilevante per un gruppo che ha nel curriculum rare e misteriose esibizioni dal vivo.
Questa tensione si traduce in un’esplosione di energia che modifica leggermente le coordinate della musica dei Testbild!, in questo caso molto più affini alle prerogative del progressive-rock (non va dimenticata la presenza di Petter Herbertsson nell'ultimo album degli Homunculus Res), pur restando in auge quell’aura orchestrale alla Burt Bacharach e quel tocco lounge alla Stereolab che trovarono la massima espressione in “Aquatint”.

"Stad" tradotto in italiano significa città, ed è proprio la realtà urbana il tema dell’album del gruppo svedese, a partire dalla title track, che nei suoi abbondanti sedici minuti offre una delle divagazioni sonore più ardite della band: scampoli di industrial-noise, space-rock e cosmic-jazz vengono avvolti da suoni d’organo e voci dissonanti, alimentando un caos strumentale al confine del free-jazz, prima che una quiete dai tratti tenebrosi e oscuri ne celi la vera natura.
Le sonorità hanno acquistato una dimensione più marcatamente da live-band e a godere di questa impennata emotiva è anche la scrittura delle canzoni. Le rarefatte e articolate progressioni armoniche di “Stram Arkitektur” catturano il lato oscuro dei Caravan e quello più melodico dei Van Der Graaf Generator, prima di avventurarsi in un finale quasi pinkfloydiano affidato al sax di Adrian Åsling Sellius. Stessa intensità per “Betongens Form”, una delle composizioni più belle della band, che sembra uscire dalle mani di Robert Wyatt, tra un’introduzione jazz-prog rarefatta e lievemente noise che sprigiona un delicato lirismo.

“Stad” è senza dubbio il progetto più versatile e variegato dei Testbild!, dove a una ballata folk-prog che ricorda i Gentle Giant di “Aquiring The Taste” (la suggestiva “Skymningens Kritiska Punkt”), si alterna un giocoso funk-pop tinto di lounge (“Under Paraplyet”). Quello che la band propone in “Stad” è un melting pot sonoro che non resta mai ingabbiato nei palesi riferimenti stilistici. Infatti le prime note in stile jazz con tanto di Fender Rhodes e clarinetto di ”Vita Staden” non vincolano la struttura del brano, che si evolve verso un insieme di field recordings registrati nelle vicinanze di un passaggio pedonale.
In questo flusso, amabilmente scomposto, trovano spazio molte contaminazioni, abilmente sintetizzate nei cinque minuti e quarantacinque secondi di “Stjärnor Som”: un brano scandito da un basso pulsante e sottolineato dal suono del mellotron che apre le porte a divagazioni in stile Canterbury e strappi free-jazz che quasi frantumano la melodia. Appare evidente che la perfezione maniacale dei precedenti album abbia lasciato posto a piccole imperfezioni che a volte rendono il tutto più stimolante, e non è dunque un caso che l’album più discontinuo dei Testbild! sia nello stesso tempo anche il più vitale dai tempi di “Aquatint”.

Pubblicato solo in vinile in un’edizione strettamente limitata (99 pezzi) che è andata esaurita in pochi giorni, e in cassetta stereo 7, “Stad” è un progetto che apre nuove frontiere per la band svedese.

(28/12/2018)



  • Tracklist
  1. Stjärnor Som 
  2. Skymningens Kritiska Punkt
  3. Vita Staden 
  4. Under Paraplyet
  5. Stram Arkitektur
  6. Stad 
  7. Betongens Form 
  8. Ett Oppet Slut 




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