The Fiction Aisle

Jupiter, Florida

2018 (Chord Orchard/Republic Of Music) | alt-pop

È alquanto strano dover verificare che tutto quello che musicalmente mi ha sempre affascinato della nuova creatura di Thomas White (Electric Soft Parade, Brakes) è al contrario origine di critica e dissenso da parte di molti fan e osservatori delle moderne tribolazioni del pop inglese. Il romanticismo nostalgico e malinconico di “Heart Map Rubric” e il fascino stillatizio del successivo “Fuchsia Days” hanno infine pagato lo scotto della loro indolente capacità seduttiva, restando relegati a uno status di culto che non ha comunque ripagato le ambizioni dei Fiction Aisle.

Per la realizzazione del nuovo album, Thomas White ha smantellato la corposa pop-orchestra di otto elementi dell’esordio e ha messo su una fake-band dove l'unico vero elemento stabile, oltre allo stesso Thomas, è il fratello ed ex-compagno di avventura Alex White, ai quali si aggiunge una schiera di collaboratori, intenti a dividersi le sempre più parche incursioni di fiati (e archi), che avevano in parte caratterizzato i due precedenti capitoli, al punto che viene da chiedersi se la presenza di Craig Chapman (unico superstite della prima formazione) in solo tre episodi, non sia il segnale di un futuro, definitivo distacco.
Questo è quanto, si potrebbe dire a siffatta dissertazione, ma “Jupiter, Florida” solo in parte chiude il vecchio percorso creativo dei Fiction Aisle. La sfida di Thomas White è quella di portare le ambiziose escursioni sonore in un contesto più positivista e meno idealista. Ed è in questa prospettiva che l’apporto di Alex White appare fondamentale per il nuovo assetto sonoro: le canzoni mettono in luce la stessa verve lirica del passato, ma tutto concorre a una lettura più spensierata e meno nostalgica.
Il segreto è racchiuso nella ricorrente struttura di gran parte delle otto tracce, tutte animate da refrain e riff di chiara derivazione britpop, al punto che nominare Verve, Smiths  e Pulp è quasi d’obbligo, ma dove White si concede di trasgredire è nella loro evoluzione, che spesso e volentieri sfocia in code strumentali che generano nuove ibride forme di chamber-pop.

Con quattro canzoni al di sopra dei sei minuti, appare evidente che il termine pop è un pretesto per divagazioni creative più impegnative, anche se la leggiadria sixties in stile Saint Etienne di “Some Things Never Die” e il contagioso romanticismo alla Verve/Oasis di “Sweetness & Light”, per un attimo, pongono l’ascoltatore di fronte a un piccolo dubbio d’identità.
I Fiction Aisle sono ora una macchina da guerra, una band (forse) pronta a riprendersi lo scettro abbandonato dagli Electric Soft Parade (a un passo dal Mercury Prize nel 2002), nonché a scrollarsi da dosso la parentesi con i Brakes, per mettere di nuovo in moto la loro attitudine per un easy listening ingegnoso e mai banale.

“The End Of The Affair” è l’episodio non solo più attiguo alle precedenti prove del gruppo, ma anche più malinconico del disco, con quel delizioso refrain alla Doves che dopo alcune variazioni armoniche sfocia in un finale strumentale che mette in fila Burt Bacharach, Lee Hazlewood e le residue inflessioni jazz che animavano gli arrangiamenti di “Heart Map Rubric”.
Sono sempre i fiati i protagonisti della chiosa di “Ten Years”, che se non fosse per il tono meno gigione della voce, potremmo benissimo far parte del repertorio di Morrissey post-Smiths.
Per apprezzare fino in fondo la nuova indole creativa di Thomas White, sono sufficienti i 6 minuti dell’introduttiva “Gone Today”, dove tutto quello che avviene in “Jupiter, Florida” è sintetizzato in maniera eccellente con grintose trame liriche, continui cambi di registro armonico e sonoro, che infine scivolano verso un ritornello irresistibile pur nella sua lampante prevedibilità. Ma è la splendida orchestrazione quello che lascia senza fiato, con un mood espressivo che cresce fino a creare un muro del suono quasi hard-rock.
I sette minuti di “Black River” sono ancor più pregnanti, con l’elettronica che prende il comando dei giochi, sfidando i mesti tentativi dei cori alla Beach Boys e dell’assolo chitarristico in stile progressive di introdurre una più ricca fonte melodica. Il refrain diventa ossessivo, quasi disturbante, con la voce di White che scava nei meandri più oscuri e minimali del pop elettronico. Nonostante tutto, i Fiction Aisle non sembrano voler catturare l’ascoltatore concedendosi fino in fondo: c’è sempre uno spazio grigio nelle loro esternazioni musicali, che sembrano in continua lotta tra semplificazione elettronica e azzardo creativo, come accade nella lunga “Memory”, dove White sembra perdere di vista la rotta, alternando ritmi dance a fantasiose fughe melodiche.

Alla fine viene da chiedersi se la scelta del musicista di Brighton sia frutto di calcolo o di improvvida ispirazione, perché senza dubbio “Jupiter, Florida” riuscirà a captare quell’attenzione e quel rispetto che finora i Fiction Aisle non avevano ricevuto né dalla stampa né dal pubblico. Difatti le otto canzoni di questo terzo capitolo vincono il duello con gran parte del pop inglese contemporaneo, e senza dubbio in molti parleranno di rinascita per i due ex-Electric Soft Parade. C'è in sospeso quella domanda finale, “Will I Get Where I'm Going Before I'm Ready?” che Thomas White pone a se stesso nel lungo finale dell’album (quasi dieci minuti), che sollevano un ultimo dubbio e una leggera perplessità: dove sono finiti quello spirito psichedelico, quelle atmosfere da jazz-crooner e soprattutto quella passione per il rock canterburiano che aveva  spinto la band a fare da spalla a Crayola Lectern?
La risposta forse arriverà prima di quanto sia lecito attendere, ma nel frattempo il fascino di “Jupiter, Florida” ha già innestato il repeat del lettore.

(06/03/2018)



  • Tracklist
  1. Gone Today
  2. The End Of The Affair
  3. Ten Years
  4. Black River
  5. Sweetness & Light
  6. Memory
  7. Some Things Never Die
  8. Will I Get Where I'm Going Before I'm Ready?




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