The Young Mothers

Morose

2018 (Self Sabotage Records) | avant-jazz

La scena avant-jazz è sempre stata una delle più varie e ricche di suoni innovativi, di un fermento culturale e di commistioni sonore al limite dell’inaudito. Nel caso di The Young Mothers (giunti al secondo album dopo “A Mothers Work Is Never Done” del 2014) ci troviamo di fronte a un progetto texano-norvegese con due batterie, basso, chitarra, sax e tromba, che mette in un unico calderone mondi che, nell’immaginario collettivo, potrebbero apparire inconciliabili.

Proprio in questo periodo di critiche feroci alla trap italiana, accusata persino di aver favorito episodi discutibili di cronaca, è davvero impensabile a gran parte degli ascoltatori immaginare che rap o hip-hop possano inserirsi nel mondo colto del jazz o dell’avant-rock. E’ una sfida non da poco, quella della band capitanata dal bassista norvegese Ingebrigt Haker Flaten, una missione ai limiti dell’impossibile, che invece si pone come un successo assoluto e come una delle pagine più bizzarre ed eccentriche del 2018. Quello di The Young Mothers diventa un clamoroso esempio di come mondi lontanissimi possano compenetrarsi a tal punto da suonare, pur certamente alieni, ma allo stesso tempo amalgamati fino al punto da far apparire le differenze molto meno marcate di quanto si potesse immaginare. Le Giovani Madri sembrano seguire il solco nobile della musica totale di altre più celebri madri, le Mothers Of Invention di Frank Zappa. Jazz, rock e hip-hop che si compenetrano in modo totale, ma non solo; il melting pop ricreato dal sestetto è persino più ricco (si va dalla musica tribale all’Art Ensemble Of Chicago, dall’avanguardia rock alla musica totale, dal be-bop al free-jazz).

“Attica Black” parte subito con circonvoluzioni sonore che rischiano di deflagrare nell’assurdo, visti i tanti elementi presenti; vibrafono, hip-hop urlato, trombe free-jazz in una creatività illimitata che evita di deragliare nei binari del non-sense. “Black Tar Caviar” rasenta anch’esso l’inaudito: sembra un brano jazz dai ritmi tribali, con tanto di trombe strazianti che simulano urla di sofferenza, come se i Cromagnon avessero suonato jazz. “Bodiless Arms” spiazza ancora; i ritmi si rallentano ai limiti dell’ambient per sfociare in rantoli di tromba e un bizzarro arpeggio di chitarra new wave rallentato che potrebbe ricordare i Residents. “Jazz Oppression”, a dispetto dei soli due minuti, è uno degli esperimenti più radicali, con canto ai limiti del black metal e funambolici ritmi avant-jazz-rock. La title track è un altro viaggio inaudito tra hip-hop, avanguardia e jazz, stavolta persino ballabile. “Osaka” parte come un brano 100% jazz per terminare come una “marching brass band” (il jazz delle origini di New Orleans suonato in funerali o matrimoni).

Chiude “Shangai”, quello che dovrebbe essere il momento più convenzionale, ma solo apparentemente. Ma di “normale” in una ballata alternativa con canto conteso tra momenti hip-hop e altri da canzone popolare, elettronica distorta, loop di tromba e sottofondo tra pop e shoegaze non c’è nulla. Indubbiamente una piacevole sorpresa, che fa ben sperare in nuove evoluzioni per il formidabile sestetto texano-norvegese.

(16/12/2018)



  • Tracklist
  1. Attica Black
  2. Black Tar Caviar
  3. Bodiless Arms
  4. Francisco
  5. Untitled #1
  6. Jazz Oppression
  7. Morose
  8. Osaka
  9. Untitled #2
  10. Shanghai


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