Thom Yorke

Suspiria (Music For The Luca Guadagnino Film)

2018 (XL) | soundtrack

Nella grande produzione cinematografica di oggi la corsa all’Oscar, al viral effect, alla notorietà in genere, si giocano molto prima del film stesso, basandosi in molti casi su elementi che sortiscano un effetto d’interesse immediato da parte del pubblico. Al di là delle intenzioni e delle indubbie qualità registiche, Luca Guadagnino ha dimostrato di saper ascoltare e interpretare le attese del pubblico odierno dedicandosi a progetti che, pur senza tradire le radici italiane, riescono a riflettere le temperie sociali e culturali dell’attualità occidentale nel suo insieme.

Segnatamente: da una parte il romanzo di formazione in chiave omosessuale di “Chiamami col tuo nome” – sarebbe già in lavorazione il sequel – delicato manifesto per la generazione del movimento LGBT; dall’altra, a stretto giro, un remake di 150 minuti di “Suspiria”, classico argentiano per antonomasia assieme a “Profondo Rosso”, riconferma del dilagante revivalismo cui il cinema contemporaneo, come l’industria musicale, si abbevera sempre più avidamente (spesso per mera opportunità di botteghino).
Dal punto di vista della colonna sonora, nel primo caso si è puntato dritto al cuore, con due brani originali di Sufjan Stevens, mentre nel secondo la composizione dell’intera soundtrack è stata affidata a Thom Yorke, scommessa che in molti dichiarerebbero vinta in partenza. E in nessuno modo, quando si ambisce alla “serie A”, le musiche possono mantenersi su un piano secondario, in quanto hanno il potenziale per diventare i prêt à porter per le immagini e le emozioni legate a doppio filo con la narrazione filmica, anche soltanto per il tempo di un’unica canzone.

Come rispondere oggi, dunque, a quello che è ragionevolmente rimasto il progetto più ambizioso e sperimentale non soltanto per il maestro dell’horror nostrano, ma anche per i fidati Goblin, autori della ossessiva e ansiogena partitura che permea le scenografie allucinate di “Suspiria”? Dopo un’iniziale riluttanza mista a timore reverenziale, Yorke ha accettato la non facile sfida di addentrarsi in territori a lui meno familiari per sperimentare una quantità di sfumature possibili attorno al tema dato, attingendo in maniera vorace a un glossario sorprendentemente ampio ma che proprio per questo finisce col mettere a repentaglio l’efficacia del progetto complessivo.

Di fatto è inevitabile che a spiccare siano soprattutto i brani cantati, tra ballate al pianoforte ed eclettici rimandi ai Radiohead post-“Amnesiac”: primo tra tutti il dolcissimo valzer di “Suspirium” – ripreso nel finale con una più ricca orchestrazione gotica alla Danny Elfman – tre-quarti salvifico in grado di esorcizzare per un attimo l’inquietudine che in seguito ritornerà vieppiù intensamente (“All is well, as long as we keep spinning/ Here and now, dancing behind a wall”).
Seguiranno, tra vari intermezzi, “Open Again” e “The Universe Is Indifferent”, afferenti al sinistro immaginario decadentista di “Hail To The Thief”, e la monodia di “Has Ended”, decisamente più figlia del recente “A Moon Shaped Pool”, che fonde vibrazioni di sitar a una flemmatica sezione ritmica trip-hop (“The witches all were singing/ And the water turned grey/ And the mirrors and the phones/ Caught flame”).

Per il resto risulta quasi impossibile aggirare la natura essenzialmente frammentaria dell’opera, attraversando spunti tanto colti e ricercati quanto, in definitiva, artificiosi. Alcuni passaggi sono poi talmente brevi da apparire necessariamente come nulla più che bozzetti incompiuti, idee accantonate ancor prima d’essere evolute.
“The Hooks” simula un gioco innocente al pianoforte, con una melodia di singole note come inanellate per caso da un bambino, prima che queste lascino esalare un’orchestra d’archi sintetici e un inquietante respiro sotterraneo. Si manifestano alternatamente synth grotteschi alla Wendy Carlos oppure imparentati al recente ritorno di fiamma dei SURVIVE per “Stranger Things” (“Volk”, “The Room Of Compartments”); e ancora ipnotiche spirali post-minimaliste (“Olga’s Destruction”), blues decostruiti (“The Universe Is Indifferent”), mutazioni elettroacustiche (“Synthesizer Speaks”) e lamenti polifonici (“Sabbath Incantation”, “The Conjuring Of Anke”) talvolta persino dichiaratamente simulati (la lunghissima, auto-esplicativa “A Choir Of One”).

Risultato? Tipico caso di “rapporto complicato” con il formato album, laddove però le premesse metodologiche dovevano essere l’avvisaglia di un possibile buco nell’acqua: se da un lato, infatti, Yorke ha giustamente cercato di non appigliarsi alle trame sonore del film originale – peraltro invecchiate maluccio –, dall’altro ha ceduto il passo a una serie di intuizioni effimere le quali, più che condurlo fuori strada, hanno compromesso le potenzialità di suggestione delle stesse.
Ciò pur sempre col beneficio del dubbio: con ogni probabilità le musiche sortiranno il loro effetto una volta abbinate alle immagini per le quali sono state concepite, ma presentate in questo contesto faticano non poco a tradursi in una significativa esperienza d’ascolto autonoma.

(26/10/2018)

  • Tracklist
  1. A Storm That Took Everything 
  2. The Hooks 
  3. Susperium 
  4. Belongings Thrown In The River 
  5. Has Ended 
  6. Klemperer Walks 
  7. Open Again 
  8. Sabbath Incantation 
  9. The Inevitable Pull 
  10. Olga's Destruction (Volk Tape) 
  11. The Conjuring Of Anke 
  12. A Light Green 
  13. Unmade 
  14. The Jumps 
  15. Volk 
  16. The Universe is Indifferent 
  17. The Balance of Things 
  18. A Soft Hand Across Your Face 
  19. Suspiririum Finale 
  20. A Choir Of One 
  21. Synthesiser Speaks 
  22. The Room of Compartments 
  23. An Auditorium 
  24. Voiceless Terror 
  25. The Epilogue




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