Tim Hecker

Konoyo

2018 (Kranky) | elettronica sperimentale

Ritengo che un aspetto in particolare abbia reso Tim Hecker uno dei maggiori compositori di questo ancor giovane secolo, ed è che nella crescente complessità e ricercatezza del suo stile non sia mai venuta meno l’immediatezza della connessione emotiva tra la musica e l’ascoltatore.
E con buona pace dei classicisti, da diversi anni lo si può realmente definire compositore in senso proprio: dalle saturazioni riverberanti dei pianoforti e organi di “Ravedeath, 1972”, sino alle risonanze sacrali di “Virgins” e dei cori polifonici in “Love Streams”, il prodigio di casa Kranky ha continuamente reinventato la sua personale forma di soundscaping, stratificata e inconfondibile nel suo superbo gusto melodico.

Detto ciò, “Konoyo” (“Questa vita”, stessa traduzione del brano iniziale) si presenta senz’altro come una tra le opere meno immediate dell’autore canadese: risulta anzi obiettivamente arduo, in principio, stabilire un legame empatico poiché in sostanza Hecker – forse per la prima volta – non fa quasi nulla per calamitarci nella sua visione; a tratti sembrerebbe addirittura soccombervi egli stesso, richiudendosi in una riflessività incerta che non si risolve in architetture sonore soverchianti, bensì in organismi sonori che al confronto col passato appaiono diafani e impermanenti.

Composto nel corso di alcuni viaggi in Giappone, “Konoyo” offre in effetti una prospettiva del tutto differente sul mondo (reale o immaginato che sia), la consapevolezza di un’impotenza di fondo che l’arte non è in grado di occultare né sovvertire. Hecker esprime questo sentimento facendo ampio ricorso ai contributi strumentali dell’ensemble Tokyo Gakuso, basati su esili armonie di archi e fiati derivanti dall’antica tradizione gagaku, sviluppatasi secoli addietro nelle corti imperiali e nei templi buddisti.
Fra i tanti input rimaneggiati, re-immaginati e non di rado resi irriconoscibili – ancora una volta con l’ausilio di Kara-Lis Coverdale, collaboratrice irrinunciabile da “Virgins” in poi –  i sintetizzatori sono quelli che più nitidamente evocano la sci-fi esistenziale e distopica del terzo millennio, la nostalgia per un futuro che ha mancato di realizzarsi e di un altro, indesiderabile, che sembra aver già preso definitivamente il sopravvento (“In Mother Earth Phase”).
Ma volendo rintracciare un elemento cruciale che identifichi l’essenza dell’opera sarebbero le insistenti intersezioni di toni acuti, scie affilate di suono che se in apertura evocano un lamento, un interrogativo senza risposta, nel debordante finale divengono un grido d’aiuto, un canto straziato che rilascia poco a poco tutta la tensione e il senso di abbandono raccolti nel primo atto.

Instabile, caotico e ossessivamente autoriferito, “Konoyo” è insieme un libro dell'inquietudine postmoderna e un lancinante ritratto interiore del suo creatore, replicato con un’immagine di copertina il cui primo piano elude il riconoscimento di figure familiari in una scomposta accumulazione neo-dadaista.
È improbabile che possa trattarsi del preludio a un nuovo corso espressivo: come le recenti produzioni di Lawrence English (“Cruel Optimism”) e Rafael Anton Irisarri (“The Shameless Years”), anche la musica di Tim Hecker sembra riflettere spontaneamente l’angoscia del nostro momento storico e farsi voce morale senza parole, monito sinistro e sguardo disilluso su una realtà difficile da decodificare e risanare. Ancor più dell’effimera corrente hi-tech, la nuova composizione elettronica incarna la dolente consapevolezza del “qui e ora”, di questa vita.

(25/09/2018)

  • Tracklist
  1. This Life
  2. In Death Valley
  3. Is A Rose Petal Of The Dying Crimson Light
  4. Keyed Out
  5. In Mother Earth Phase
  6. A Sodium Codec Haze
  7. Across To Anoyo


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