Tyler Childers

Purgatory

2018 (Hickman Holler Records/Thirty Tigers) | country, bluegrass

Con un album inciso a soli diciotto anni, “Bottles & Bibles”, un lungo periodo di assenza discografica, e un progetto abbandonato perché poco soddisfacente per il musicista americano, è alquanto giustificabile che per gran parte della stampa il nuovo album di Tyler Childers sia un esordio. In verità ci sono voluti anni d’intensa attività live e un fortunato incontro con Sturgill Simpson, il quale ha reclutato la band di supporto, per permettere al giovane cantautore del Kentucky di mettere finalmente a fuoco il proprio stile, mescolando bluegrass, country e gospel con la medesima austerità e onestà stilistica di Ricky Scaggs e Steve Earle.

Per un musicista che ha fatto del palco il suo punto di riferimento creativo è quasi naturale tener fede alle origini, anche se l’obiettivo è quello di confrontarsi con le regole ferree dello studio di registrazione, sfidandone l’atmosfera gelida e asettica, ed è qui che la padronanza tecnica di Sturgill e del co-produttore David Ferguson si sono rivelate fondamentali. “Purgatory” è un album il cui fascino si rivela pian piano, l’autore non ricorre a inutili contaminazioni, dettando subito i canoni della deliziosa mistura country delle dieci canzoni con un delizioso honky-tonk per violino e steel guitar ( “I Swear (To God)”), ribadendo poi senza indugi il legame con la tradizione nell’incendiario bluegrass della title track.

Passo dopo passo Tyler Childers scopre il fascino del crossover stilistico, trasformando una deliziosa e fugace ballata folk in un robusto country-rock tinto di blues (“Whitehouse Road”), o alterando i connotati bluegrass di “Universal Sound” rallentandone il ritmo con atmosfere chitarristiche epiche. Ed è in questo moderno deja-vu che si rivela l’importanza di un disco come "Purgatory”, un progetto che è un’avventurosa rilettura della tradizione americana, tra canzoni semplici che sfiorano l’anima (“Tattoos”), pezzi da novanta che non temono il confronto dei classici (“Banded Clovis”) e deliziosi richiami alle origini (“Honky Tonk Flame”), che infine stampano un sorriso sul volto della moderna country music.

(31/01/2018)



  • Tracklist
  1. I Swear (To God)
  2. Feathered Indians
  3. Tattoos
  4. Born Again
  5. Whitehouse Road
  6. Banded Clovis
  7. Purgatory
  8. Honky Tonk Flame
  9. Universal Sound
  10. Lady May




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