Vanarin

Overnight

2018 (Woodworm) | alt-pop, electro-rock

I Vanarin sono cinque giovani musicisti che nelle campagne tra Bergamo e Merate creano canzoni d’oltreoceano. Vengono da mondi musicali completamente diversi, il loro sound è un mix di contaminazioni che sfugge a qualsiasi incasellamento musicale, ed è proprio questo che li rende speciali. Se volessimo parlare per generi di riferimento, direi che sono una band pop ma il loro è un pop estremamente liquido in cui electro e synth-pop, new-psichedelia, dream e psych-pop si fondono con naturalezza estrema a funky, beat music, R&B, elettronica, con evidenti incursioni hip-hop e trap.

La band è nata circa tre anni fa dall’incontro tra il polistrumentista David Paysden (voce, chitarra, tastiere), anglo-bergamasco, già nei Sonars, vincitori dell’edizione 2016 di Arezzo Wave Love Festival, e Marco Sciacqua precedentemente bassista degli Arcane of Souls. Ai due si sono aggiunti Giuseppe Chiara, ex-turnista polistrumentista dei Verdena, Massimo Mantovani (voce, basso e chitarra) e il batterista Marco Brena, che è un po’ l’anima hip-hop e trap del gruppo. I pezzi nascono in sala prove dalle idee di ognuno (in particolare di David, Giuseppe e Massimo, tutti e tre autori) così come i testi, affidati a chi crea e canta il brano. Il risultato è una sintesi prodigiosa di influenze diverse che dimostra come le vie del pop siano infinite.
Dopo un ottimo Ep autoprodotto nel 2017 e un tour ricco di date, con la mano sapiente di una silenziosa Roberta Sammarelli (Verdena) sullo sfondo, eccoli al loro esordio discografico nel quale non ritroviamo alcun brano dell’Ep - come invece spesso accade, soprattutto tra gli emergenti - a testimoniare, dopo poco più di un anno, la voglia di dire già qualcosa di nuovo e una reale urgenza creativa che nel disco emerge tutta. 

Rispetto all’Ep, in "Overnight", pur nell’alternarsi di stati d’animo differenti, le sonorità si fanno nel complesso meno cupe e lo avvertiamo fin dall’apertura affidata a "Holding", il primo singolo estratto. Non appena il brano si apre dopo la intro, un sorriso inebetito ti si disegna sulla faccia, e finisce come quando ti volti per caso e scopri che qualcuno ti sta guardando mentre schiocchi le dita a tempo e saltelli con la scopa in mano, pensando di esser solo. "Holding", video compreso, crea dipendenza. Dai synth del primo brano passiamo al secondo che risponde alla domanda: che suono avrebbe un pezzo dei Beatles su un pattern di batteria anni Duemila? E iniziamo anche a familiarizzare con una peculiarità della scrittura della band, ovvero gli arrangiamenti corali con linee vocali sovrapposte e l’esistenza di infiniti dettagli ritmici, vocali, strumentali in tutti gli angoli di ciascun brano, al punto che a ogni nuovo ascolto scopri una piccola sfumatura che la volta prima ti era sfuggita.

Una grande qualità, se vogliamo di ispirazione verdeniana (per rimanere in Italia)che i cinque usano con naturale maturità musicale e creativa. "It’s In The Sky" è una traccia psych-reggae o ancor meglio psych-trap, generi che, se non esistono, li creiamo a tavolino per "Overnight", mentre le successiva, "Tulpa", dall’inizio di barrettiana memoria si colora poi di un arrangiamento in pieno stile Beatles, ma con un tocco personale che fa sì che i Vanarin non ci sembrino mai dei nostalgici, ma piuttosto dei giovani musicisti innamorati degli anni 60 ma anche di Kendrick Lamar, come di Michael Jackson
In "Lose My Cool" irrompe un funky puro e (forse solo in questo caso) meno attualizzato, ma con un coraggio che rende difficile rimanere immobili sulla sedia, in particolare nella strofa rap e nella lunga sessione percussiva dal terzo minuto in poi, che potrebbe durare all’infinito. Il wah-wah continua a guidarci nell’R&B di "Lights Out", flusso di coscienza di un carcerato in attesa della fine di una giornata che si distende in una soleggiata radura musicale di stampo battistiano.

Così, ora che il clima è più sereno, siamo pronti per "Jellypie" che a 1.57 non può non farci pensare ancora ai Beatles (una su tutte "A Day In The Life") o ai Verdena di "Wow" (vedi "Grattacielo"). Gli ultimi tre brani sono forse i migliori del disco: "I Wouldn’t Mind" gode di una notevole freschezza, da parco giochi nei pomeriggi primaverili e al terzo minuto diventa come il nascondino che fosse per te ci giocheresti ancora oggi, un gioco sonoro che non smetteresti mai di ascoltare. La sorprendente "Hanging From A Cloud" ci trascina in una dance-zone meravigliosa. Arrangiata con ricercatezza, sembra il manifesto della poetica musicale dei Vanarin che non conosce confini, che si sentirebbe soffocata dalle definizioni perché è guidata dalla sola necessità di vedere dove la musica ti porta. Se ne fregano anche di poter sembrare auto-riferiti purché la musica esprima loro stessi nel modo più naturale possibile. A chiudere la tracklist è "A Question Of Time", nella quale spicca una personalissima scelta dei suoni (campionati e non) e, più che altrove, l’assenza di uno schema classico nei pezzi, ricchi anzi di passaggi solo strumentali destinati a rapirci in maniera definitiva.  

Così, in quest’epoca in cui finalmente è stata sdoganata la dignità del pop (quando è un bel pop) ma in cui a volte accade che si attribuisca grande qualità musicale a progetti che forse non ne hanno poi tanta, "Overnight" dei Vanarin si pone diversi gradini sopra gli altri, rivelandosi un debutto discografico tra i più interessanti usciti in Italia negli ultimi tempi e che, per concludere sulla via dei giochi, è come un gioco di prestigio in cui però non ti puoi sbagliare: qualunque carta pescherai dal mazzo sarà, come per magia, quella giusta.

(11/05/2018)

  • Tracklist
  1. Holding
  2. Step In The Light
  3. It’s In The Sky
  4. Tulpa
  5. Lose My Cool
  6. Lights Out
  7. Jellypie
  8. I Wouldn’t Mind
  9. Hanging From A Cloud
  10. A Question Of Time



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