Wild Nothing

Indigo

2018 (Captured Tracks) | jangle-dream-pop, sophisti-pop

I tempi del successo critico e di pubblico di “Gemini” e di “Nocturne” forse se li è lasciati alle spalle per sempre, ciò non toglie che Jack Tatum abbia continuato a dispensare i frutti del suo affascinante artigianato retro-pop, arrivato anzi negli ultimi anni a toccare vertici di assoluta ispirazione. Dapprima nel bistrattato (e splendido) “Life Of Pause”, potente sterzata verso un sound più sfaccettato e composizioni più ardite, e adesso con “Indigo”, si evidenzia sempre più chiaramente la facilità di una penna e le abilità di arrangiamento di un musicista che ha saputo sfruttare la foga retromaniaca a suo vantaggio, costruendo un immaginario espressivo immediatamente riconoscibile. Individuando un approccio intermedio tra il dream-pop jangly dei primi episodi e la sofisticazione del suo terzo album, Wild Nothing getta col quarto full-length un ponte tra i due “poli” della sua carriera, per una sintesi di grande efficacia pop e di notevole eleganza sonora. In uno scenario indie-pop vintagista che da tempo ha mostrato la corda, la penna di Tatum continua a rimanere un gradito punto fermo.

Non si ritenga insomma “Indigo” come il (da molti forse addirittura agognato) ritorno nei ranghi stilistici di inizio decennio, dacché le dinamiche sono ormai sensibilmente cambiate. Sì, è vero che il singolo di lancio “Letting Go”, con i suoi jangle chitarristici in bello spolvero e un ritornello a presa istantanea, potrebbe lasciar presagire un ripiegamento senza condizioni all'estetica dei primi lavori, fortunatamente il disco evita l'effetto carta-carbone e presenta un autore che scongiura con classe l'auto-riciclo.
Senz'altro la produzione (curata assieme a Jorge Elbrecht, tra i più richiesti produttori a livello indie), mai così limpida e stratificata, nonché l'ambizione riposta nei piccoli/grandi dettagli degli arrangiamenti parlano già da soli del distacco che ormai separa il Tatum attuale da quello degli inizi. È anche la scrittura però a mostrare l'avvenuto cambio di marcia, sempre più sicura delle proprie fattezze pop e forte di un'autorialità che argina molta delle naiveté onirica di vari suoi episodi, sfruttando una contigua cornice estetica.

Se devono essere sogni, che siano vividi, intensi, vissuti con assoluta consapevolezza: senza la necessità di tutti i cliché associati al genere, Tatum opera sì di atmosfera, ma con una sofisticatezza ignota a tantissimi colleghi, tale da riallacciarlo anche all'eleganza di grandi penne del pop. Il rischio è semmai che l'autore finisca col complicare esageratamente le proprie trame, donando poco respiro alle melodie (l'affascinante, ma fin troppo calcato comparto strumentale di “The Closest Thing To Living”, la potenza vuota della conclusiva “Bend”), tuttavia sono solo piccoli inciampi in un percorso ben più avvincente e coinvolgente, che regala ottimi frangenti di classe pop. Richiami all'eccellenza melodica dei Prefab Sprout, opportunamente rivisitata in chiave WN (“Wheel Of Misfortune”, con un titolo che potrebbe essere stato coniato da McAloon; la stravaganza sophisti di “Through Windows”) e dolci modulazioni in direzione new-romantic (i brillanti tocchi di chitarra elettrica di “Partners In Motion”) sanno farsi garanti della bontà melodica e compositiva di un musicista che ha saputo evolversi, seppur nell'alveo di un'estetica molto precisa.

E non finisce qui: se la maggiore energia riversata nelle chitarre di “Oscillation” (il pezzo più post-punk mai concepito da Tatum) o “Canyon On Fire” può rivelare qualcosa del futuro, ci si può aspettare un futuro quantomeno bello zeppo di interesse. Tornando al presente, godersi la scintillante finezza di “Indigo” è il minimo che si possa fare.

(07/09/2018)

  • Tracklist
  1. Letting Go
  2. Oscillation
  3. Partners In Motion
  4. Wheel Of Misfortune
  5. Shallow Water
  6. Through Windows
  7. The Closest Thing To Living
  8. Dollhouse
  9. Canyon On Fire
  10. Flawed Translation
  11. Bend




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