Willie Nelson

Last Man Standing

2018 (Sony) | country

Willie Nelson ha consolidato attorno a sé e da diverso tempo ciò che può essere plausibilmente definito come uno status iconico: le lunghe trecce annodate ormai da anni dietro le orecchie, le tracce di quel rosso sbiadito tra i capelli, la bandana ben calcata sulla fronte, l'adorata e scalcagnata chitarra Trigger e… uno spinello a portata di mano.
Superata la ottantina da qualche anno, Nelson pare non avere intenzione di scrollarsi di dosso quanto si è stratificato attorno alla sua figura: viaggia tuttora per l'America con il suo tour bus ribattezzato Honeysuckle Rose per suonare in più di cento festival e concerti, apre ancora ogni live con "Whiskey River", organizza da più di quarant'anni il pic-nic del 4 luglio presso il suo enorme ranch in Texas e gioca a poker fino all'alba. 

Favorito dal fattore anagrafico, Willie Nelson sembra esser giunto però al momento in cui sottrarsi al confronto con l’avvenire è impossibile. Complici un certo stile di vita non propriamente raccomandabile e un'attitudine incline alla riflessione, nell'esistenza di Willie si è aperto uno “strappo” in prossimità del tema della morte: affrontare l'ineluttabile restando fedeli al vissuto, nella gioia e nel dolore ("Bad Breath"), o tirare una linea — non ancora le cuoia ("Last Man Standing", "Something You Get Trough") — e accomodarsi, lato sensu, per l'ultimo scorcio di vita?  
 
Il catalogo del cantautore texano ha ormai raggiunto una consistenza monumentale: 67 album di inediti all'attivo e almeno una quarantina tra live, raccolte e dischi in collaborazione con altri artisti, tra cui, si ricorda, quello omonimo con gli Highwayman (Kris Kristofferson, Johnny Cash, Waylon Jennings e lo stesso Nelson). Pertanto la statura da cui si affaccia Nelson in questa epoca gli vale un riconoscimento artistico trasversale e cordiale, talvolta anche insospettabile. "Last Man Standing" si aggiunge alla mirabile quota di album sfornati dal prolifico artista country a solo un anno di distanza da “God’s Problem Child” e spinge più in là il solco intimistico e lievemente accorato tracciato negli ultimi dischi attraverso le soluzioni  sonore più vicine alla marca classica del genere country.
 
"Last Man Standing" contiene un filo rosso con cui Willie cerca di ricucire i lembi dello strappo di cui abbiamo parlato in apertura. Pur aleggiando nel disco diversi spiriti d'animo, l'ironia sembra essere l'unico strumento poetico dato in dotazione all'uomo per poter affrontare ad armi pari l'incognito che avanza. Non è forse un caso che ad aprire l'album ci sia appunto "Last Man Standing", la canzone che con salacità, sfrontatezza e una certa autoironia allude allo speciale spirito (o destino) di sopravvivenza che ha concesso al nostro di superare discretamente l'indice della speranza di vita ("Waylon and Ray and Merle and old Norro/ Lived just as fast as me/ I still got a lotta good friends left/ And I wonder who the next will be"). E forse non è neanche un caso che a chiudere l'album ci sia una insospettabile torch-song, "Very Far To Crawl", da cui si evince che penare per amore è un sentimento ancora possibile nella vita di un ottantenne.
Tra questi due estremi ci sono altri, variegati, momenti: c'è l'apologia fuorilegge di certi vizi ("Bad Breath") ormai diventati veri e propri stili di vita — nonostante questi gli abbiano causato rogne legali in passato e recentemente alcuni problemi di salute —  c'è spazio per una speranzosa riflessione sull'aldilà ("Something You Get Trough") e sull'eventualità di una seconda vita scorciata secondo tinte squisitamente americane (in "I'll Try To Do Better Next Time", Nelson canta: "By next time I might be a preacher/ Or an eagle gliding away/ I hope that my spirit will make someone happy").

Non mancano tuttavia momenti in cui una certa rilassatezza, per non dire manierismo, prendono piede e annacquano la densità dell'intero lavoro ("Don't Tell Noah", "She Made My Day", "I Ain't Got Nothing"). L'inspiegabile accade però in sede di produzione e di missaggio del disco. Come giustificare il malcelato ricorso ai vari software di correzione dell'intonazione che, di fatto, tradiscono l'originalità di quel vibrato nasale e disteso, cioè una delle cifre stilistiche di Willie e motivo di numerose imitazioni e parodie? E come giustificare quel missaggio completamente squilibrato di certi brani ("Last Man Standing", "Heaven Is Closed", ad esempio) che non fuga i dubbi posti dal primo quesito, ma, anzi, li aggrava?
 
Al netto di queste ultime osservazioni, che comunque indeboliscono l'ossatura dell'intero lavoro, resta un album dotato di una riconoscibile franchezza, seppur talvolta difficile da trovare grattando sotto la crosta dell'iconico e navigato cowboy texano. Dopo aver misurato la propria caratura musicale in altri generi con esiti più ("Rainbow Connection") o meno ("Countryman") riusciti, Nelson è ritornato, si direbbe, alle origini della sua essenza sotto l'ombra di un vissuto intenso e resistente alle prove della vita, di cui però ne porta traccia come pure la sua fedele Trigger.

(31/05/2018)

  • Tracklist
  1. Last Man Standing
  2. Don't Tell Noah
  3. Bad Breath
  4. Me and You
  5. Something You Get Through
  6. Ready to Roar
  7. Heaven Is Closed
  8. I Ain't Got Nothin
  9. She Made My Day
  10. I'll Try to Do Better Next Time
  11. Very Far to Crawl
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