Wye Oak

The Louder I Call, The Faster It Runs

2018 (Merge) | alt-pop

A quattro anni da "Shriek" - un periodo coperto da un album di outtake e rarità del primo periodo ("Tween") - Andy Stack e Jenn Wasner attraversano definitivamente il confine che separa la folgorazione dalla creatività. Le inclinazioni folk-rock degli esordi sono sempre più lontane, immerse in fluidi r&b armonicamente brillanti e generosi, spettro di una volontà di uscire dall'anonimato indie, per ambire a una maturità espressiva che non rinneghi la vulnerabilità malinconica degli esordi.

Anche l'elettronica gioca un ruolo più rilevante in quello che senza dubbio è il disco più completo e variegato della carriera del gruppo americano, ma tutto avviene grazie al reintegro ideologico e formativo delle chitarre, estromesse dalle pulsanti pagine synth-pop del precedente album.
Le strutture delle canzoni diventano così più complesse, come quando in "The Instrument" modalità beat ed elettro-pop incendiano gli animi, aprendo le porte a una delle migliori creazioni della band, "Lifer" - perfetta sintesi tra le sonorità eteree e cosmiche della svolta synth-pop e le esplosioni chitarristiche degli esordi, qui ancor più nette e graffianti che mai.

Come nell'ultimo album di St. Vincent, l'art-pop si libera dalle costrizioni dottrinali, mettendo in fila una sequenza di canzoni irresistibili come l'elettro-soul alla Pet Shop Boys di "Symmetry", l'r&b-rock lievemente vintage di "Say Hello" (quasi da novelli Eurythmics) e l'incalzante title track, che rispolvera i fasti del Peter Gabriel di "So".
Dall'altro versante una ricca presenza di ballad completa la sintesi creativa del nuovo progetto del duo, prima con un omaggio alle raffinatezze eighties ("It Was Not Natural"), poi con due sinergiche ballate, che tra scampoli di poesia e briciole di decadentismo citano Joni Mitchell ("You Of All People") e, perché no, gli stessi Wye Oak nella complessa e raffinata "I Know It's Real".

"The Louder I Call, The Faster It Ruins" completa quindi la metamorfosi della band, ma senza naufragare nella banalità, anzi incrementando l'attenzione alla scrittura e al dettaglio; elementi questi ultimi che hanno canonizzato il profilo artistico di musicisti come Bjork, Talking Heads, Cat Power e la già citata St. Vincent. Resterebbe un'unica perplessità per l'ascoltatore: ovvero se le presunte aspirazioni sperimentali, spesso invisibili dietro le perfette armonie pop dell'album, trovino la giusta e meritata esegesi. La risposta trova appagamento nella profondità ed eleganza di "My Signal", espressa attraverso il solo uso di voce e orchestra, nonché nello straniante cosmic-folk di "Join", due escursioni sonore più elaborate e complesse, le quali cancellano gli ultimi residui dubbi.

I Wye Oak sono una delle poche band ad aver abbracciato con risolutezza la chimera del perfect-pop, e se fino a qualche anno fa erano a un passo dal sogno, ora non solo ne sono protagonisti, ma hanno spalancato a tutti noi le porte della percezione.

(07/05/2018)



  • Tracklist
  1. (Tuning)
  2. The Instrument
  3. The Louder I Call, The Faster It Runs
  4. Lifer
  5. It Was Not Natural
  6. Symmetry
  7. My Signal
  8. Say Hello
  9. Over And Over
  10. You Of All People
  11. Join
  12. I Know It's Real




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