Yonatan Gat

Universalists

2018 (Glitter Beat) | etno-rock, avanguardia

Per gli studiosi di antropologia musicale sono tre i comportamenti specifici dell’uomo che determinano la fenomenologia del suono: l’elemento fisico, quello sociale e quello verbale. Sono dunque l’approccio metodologico e quello umanistico i cardini della creazione artistica, quest’ultima non necessariamente legata a canoni estetici ma alle valenze sociali e culturali. Ovviamente, basta citare Alan Lomax per mettere tutti d’accordo sull’importanza storica delle varie espressioni culturali dell’umanità, come la musica. In questo caso, però, si rischia di concentrare l’attenzione solo sul passato, tradendo infine le motivazioni di chi, come Lomax, ha posto la musica popolare al centro dei propri studi, al fine di elaborare nuove forme sonore autoctone. 

Ex-chitarrista del gruppo garage-rock israeliano Monotonix, Yonatan Gat ha deciso di mettere a disposizione l’eccellente padronanza tecnica per un progetto ambizioso.
Mettendo insieme field recordings e improvvisate jam session tra etnica e rock registrate direttamente su nastro (ben cento ore di materiale), il musicista compie un viaggio nell’immenso patrimonio storico e culturale universale, abbracciando senza timore alcuno, sia il surf che il free-jazz, passando dal Brasile agli indiani d’America con un lodevole spirito pioneristico.
“Universalists” si apre con una registrazione sul campo effettuata negli anni 50 da Alan Lomax a Genova (“Cue The Machines”). Lo spunto è per Gat particolarmente stimolante, essendo l’autore affascinato dalla tecnica vocale del trallalero: forma di canto polifonico tipico del Genovese che per molti versi il musicista associa ai tempi ritmici dell’hip-hop e di certe forme di elettronica; quello che avviene dopo è una vera sferzata di energia creativa, con chitarre taglienti e ritmiche spezzettate, che offrono una versione punk delle contaminazioni anticipate da Byrne e Eno in “My Life In The Bush Of Ghosts”. 

Tribale, sciamanico, a volte lievemente caotico, “Universalists” segue le regole di un affascinante thriller, tra cambi di atmosfere e stili che in altre mani sfiorerebbero un disastro creativo e che invece si trasformano in un eccitante fusione di etnie sonore. Il suono è oltremodo energico, robusto: la chitarra di Yonatan Gat, la batteria di Gal Lazer e il basso di Sergio Sayeg serrano i tempi ritmici e strumentali, lasciando intravedere tra le fiamme di un rovente corpo sonoro una serie di incursioni antropologiche dal fascino ora tribale ora più concettuale.
I brani si susseguono come in una moderna sinfonia, tra violenti strappi jazz-rock in stile Tzadik (“Cockfight”), mantra psych-glitch su base r&b (“Projections”- registrata nei Daptone studios), un’ambiziosa jam quasi splatter (“Chronology”, con all’interno un segmento armonico di un brano di Antonín Dvořák "American Quartet") e l’intensità spirituale della voce di Catalina Mateu nella rilettura in chiave esoterica di un traditional spagnolo (“Post-World”). Al centro di tutto, campeggia con orgoglio l’ancor più magica “Medicine”: un tribal-rock sorretto dall’incalzante ritmo di una registrazione sul campo di un gruppo di nativi americani, gli Eastern Medicine Singers.

“Universalists” è un album che eleva la moderna conflittualità a fonte d’ispirazione per una musica multietnica, che mette in fila sperimentazione e urgenza, una miscela oltremodo esplosiva, che anni fa costrinse la vecchia band Monotonix ad abbandonare la terra d’origine. Ed è proprio la singolare intersezione di culture, la perfetta sinergia di stili fatti decantare su un terreno spirituale collettivo, l’elemento più stimolante del nuovo album di Yonatan Gat, un progetto destinato a segnare in maniera indelebile questo affollato 2018.

(01/06/2018)



  • Tracklist
  1. Cue The Machines
  2. Post-World
  3. Fading Casino
  4. Cockfight
  5. Medicine
  6. Projections
  7. Sightseer
  8. Dream Sequence
  9. Chronology
  10. The Imaginary




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