Aldous Harding

Designer

2019 (4AD) | alt-folk, singer-songwriter

Diciamoci la verità, il sessismo è una prerogativa non solo di gran parte della società, ma anche della critica musicale: chi mai si azzarderebbe a mettere sul podio della musica folk americana Joni Mitchell scalzando Bob Dylan? In quanti all’epoca di “The Lionheart” e “Never For Ever” avrebbero avuto il coraggio di salutare Kate Bush come l’alter ego femminile di Peter Gabriel? Quanti sono pronti a celebrare un qualsiasi anniversario di artiste come Joan Armatrading o Jane Siberry? Non certo quelli che esultano ogni qual volta viene riesumato qualche pallido rocker o un popsinger di bassa levatura come Billy Idol o Howard Jones.

Già, lo so, c’è Patti Smith sull’altare della critica rock, ma va da sé che gran parte dei riferimenti culturali della poetessa del rock erano tutti maschili, Allen Ginsberg e William Burroughs tra gli altri, il che ha semplificato le cose.
Ad onor del vero nei confronti della neozelandese Aldous Harding i commenti critici sono stati quasi sempre benevoli, spesso cauti e mai sopra le righe, ma di fronte alla maturità espressiva di “Designer”, appare ora difficile restare prudenti e guardinghi.
Surrealismo, poetica noir e tipiche fragilità folk trovano nel terzo album della cantautrice un delizioso e a tratti ambiguo equilibrio: un affascinante mix di malinconia e gioia di vivere, una rappresentazione sonora dai toni quasi teatrali e tragicomici, complessa e arguta nei suoi riferimenti culturali, altresì essenziale e diretta come un romanzo popolare.

Non è un caso che la Harding abbia scelto come singolo di presentazione la stravagante bellezza di “The Barrel”, accompagnando le sue divagazioni su furetti, colombe, pesche e uova con un video ancor più bizzarro: un delizioso bignami di arte visiva, teatrale e sonora, che incornicia un vaporoso folk-pop puntellato da controcanti maschili (H.Hawkline o John Parish?) e visionarie incursioni di sax e violino.
“Designer” non è un album sacrificato alla logica della piacevole routine. La musicista neozelandese alza subito la posta in gioco, esibendo una padronanza e una vitalità vocale che hanno piacevolmente dismesso gli accenti più intimisti dei due capitoli precedenti. Non solo in “Fixture Picture” Aldous Harding sostiene il morbido uptempo folk-pop innalzando il registro vocale, ma addirittura nella title track concentra una versatilità espressiva degna della Julia Holter di “Have You In My Wilderness”, aprendo le danze con accordi introspettivi alla Cohen, e poi scardinando il tutto con variazioni armoniche e ritmiche più affini alle geometrie degli Slapp Happy o al folk-pop di Kevin Ayers che alle mediocrità autoindulgente di quei cantautori in perenne ricerca della pietra filosofale abbandonata da Nick Drake.

Nulla è prevedibile o banale, in “Designer”: anche quando l’artista ritorna sui passi più soft dell’esordio (“Zoo Eyes”) c’è un’insana magia che trasforma una storia ordinaria in leggenda, ed è incantevole come le trame acustiche e fragili di “Treasure” risultino più taglienti di una lama affilata, concentrando in poco più di 4' una serie di dettagli armonici degni della miglior tradizione folk inglese e americana.
Se a questo punto vi state chiedendo dove siano finite le atmosfere gothic di “Party”, non vi resta che scoprirlo concentrando l’attenzione sulla traccia più lunga e articolata di “Designer”, “Damn”: una ballata scura cadenzata dalle note solenni del piano, che tiene per un attimo in sospeso il vigore emotivo dell’album, immergendo il tutto in un’atmosfera decadente e cupa. Una oscurità che solo il quasi grottesco finale a base di fiati e synth riesce a scalfire, prima che drum machine, violino e organo intonino la atipica bossa nova “Weight Of The Planets”, che la voce dell’autrice incornicia con oblique dolcezze e tonalità metafisiche.

Senza dubbio l’immaginario dai toni criptici di Aldous Harding è ora meno cupo e imperscrutabile. La drammaticità di brani come “Horizon” ha lasciato il posto a sfumature di grigi e colori tenui, che in parte risentono dell’atmosfera culturale della nuova residenza dell’artista neozelandese, ovvero il Galles.
“Designer” è un album in perenne equilibrio tra luci e ombre, tra garbo e stravaganza. Un lavoro intelligente e originale che proietta il nome della Harding in quello scenario sempre più ricco del pop-rock al femminile. Un disco destinato non solo a trovare posto nel consuntivo di fine anno, ma anche a scardinare quel residuo di sessismo che ancora aleggia tra i critici nostrani e non.

(08/05/2019)



  • Tracklist
  1. Fixture Picture
  2. Designer
  3. Zoo Eyes
  4. Treasure
  5. The Barrel
  6. Damn
  7. Weight Of The Planets
  8. Heaven Is Empty
  9. Pilot




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