Andrew Bird

My Finest Work Yet

2019 (Loma Vista) | songwriter, alt-folk-pop

L'età della rabbia: non sarebbe stato male, come titolo per il nuovo album di Andrew Bird. La definizione coniata per riassumere il nostro tempo dallo scrittore Pankaj Mishra calza a pennello al set di canzoni appena sfornato dal songwriter americano. Canzoni che parlano di una "uncivil war" in cui siamo tutti immersi, arruolati in una sorta di conflitto permanente. Perché la "guerra civile globale", come scrive Mishra, è qualcosa che riguarda l'intimo di ciascuno: "La sua linea Maginot attraversa i cuori e le anime delle persone". Bird si schiera in prima linea proprio lungo quella trincea interiore. Non puntando il dito, ma accettando la sfida più difficile: quella di guardarsi dentro.

Per un bel po', Bird si è arrovellato su come riassumere tutto questo nel titolo di un disco. Poi, semplicemente, ha smesso di provarci. E ha deciso di puntare sull'autoironia: "My Finest Work Yet", in tutta modestia... Che poi in fondo è quello che pensa ogni artista della sua ultima creazione, anche se di solito non ha il coraggio di metterlo nero su bianco. Come se non bastasse, sulla copertina si è messo a vestire i panni del Marat di Jacques-Louis David: "Sono o non sono un vero poeta tormentato?", sembra volerci chiedere con un sorriso. Oggi più che mai, la leggerezza salverà il mondo.
Ma quello che conta è che questo "My Finest Work Yet" è davvero uno dei capitoli più brillanti della discografia di Bird. Il più diretto dai tempi di "The Mysterious Production Of Eggs", verrebbe da dire. Sarà la confidenza che sfoggia, anche a discapito della ricerca di nuove strade. Accompagnato dalla stessa band di "Are You Serious", Bird torna a mettere la sua vena di autore al servizio dell'immediatezza: "Ho sentito un'urgenza diversa nello scrivere queste canzoni", spiega, "come se stavolta avessi uno scopo preciso".

Se "Sisyphus" regala subito una delle più memorabili melodie fischiate del Nostro, a mettere in mostra l'anima pop del disco ci pensano il chorus contagioso di "Fallorun" e le soffici volute di "Manifest". Colori accesi che si rincorrono per tutto l'album, dalla plasticità del pizzicato di "Olympians" ai cambi di ritmo di "Don The Struggle", passando per i fiati dal sapore soul che introducono "Proxy War". "Ero ossessionato dall'idea di riuscire a catturare un suono da gruppo jazz", racconta Bird, "quella sorta di connubio tra jazz e gospel che c'era in giro nei primi anni Sessanta". Lo si sente soprattutto in "Bloodless", il brano che sin dalla fine dello scorso anno aveva anticipato l'uscita di "My Finest Work Yet" e che era stato accolto come una moderna canzone di protesta contro l'amministrazione Trump. Tra citazioni bibliche e rimandi alla guerra civile spagnola, in realtà "Bloodless" si spinge oltre, al fondo di un cronico risentimento manipolato dagli algoritmi dei social.

"What if one day we just refused to play?", si chiede Bird tra le pennellate cameristiche di "Archipelago". "With no one to hate/ They'd be out of a job". È proprio qui il vero cuore del disco, "qualcosa che ha a che vedere da eoni con un certo aspetto della natura umana, il bisogno di riempire un vuoto dentro di noi con i nostri nemici". Ci nutriamo di odio come i mostri di qualche vecchio B-movie, e alla fine i nostri nemici diventano tutto quello che ci definisce ("A three-headed monster swallows Tokyo/ Her enemies are what make her whole": ancora una volta, serietà e ironia in perfetto equilibrio...).

Ma che cosa succederebbe se semplicemente voltassimo le spalle a tutto questo? Se decidessimo di non accettare più il gioco delle parti che ci fa mettere gli uni contro gli altri? Invece di condannarci a spingere il nostro masso su per la salita come Sisifo, lasciarlo rotolare a valle: "Let it roll, let it crash down low", è il motto di "Sisyphus". Che sia proprio questa la via per smettere di essere tutti atolli sperduti nell'oceano, per riscoprire il nostro legame di uomini? "So take my hand, we'll do more than stand/ Take my hand, we'll claim this land/ Take my hand, and we'll let the rock roll". Forse aveva ragione Camus: "Bisogna immaginare Sisifo felice".

(03/05/2019)

  • Tracklist
  1. Sisyphus
  2. Bloodless
  3. Olympians
  4. Cracking Codes
  5. Fallorun
  6. Archipelago
  7. Proxy War
  8. Manifest
  9. Don The Struggle
  10. Bellevue Bridge Club




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