Angel Bat Dawid

The Oracle

2019 (International Anthem) | spiritual free jazz

Qualche tempo fa un amico con cui suono ha iniziato ad approcciare il clarinetto e mi ha proposto di inserirlo nel nostro organico in via sperimentale. Sulle prime sono rimasto un po' perplesso: non parliamo della versatilità di un sassofono o di una tromba, ampiamente sdoganati in contesti più o meno rock, ma di uno strumento che ha un suono così caratteristico e riconoscibile da evocare, vuoi o non vuoi, atmosfere tendenzialmente retro-jazzistiche. Poi, però, ho pensato a quanto quello stesso strumento possa tramutarsi in qualcos'altro se se ne fa un uso eretico: mi riferisco non solo al prode Eric Dolphy e ad altri fiatisti birichini, ma anche a terroristi come Captain Beefheart o i Pere Ubu, che traviano il principe delle ance riducendolo a un teppista sgraziato e atonale. Ok, aggiudicato.

E' una fiera apostata del clarinetto, Angel Bat Dawid, qualcosa di simile a ciò che negli ultimi anni è stata per il sax Matana Roberts, come lei afroamericana e chicagoana. Due fattori che non si esauriscono nell'anagrafe, ma influenzano in profondità un'arte dolcemente contrastata: dalla comunità nera riprende quell'ineffabile miscela di spiritualità, consapevolezza e curiosità che, da Gil Scott-Heron fino a Lonnie Holley, illumina in vario modo la black music più nobile; dalla sua città assorbe invece il clima onnivoro e contaminato, facendosi le ossa nella ricchissima scena avant-jazz locale e accompagnando, tra gli altri, un altro scatenato visionario come Ben LaMar Gay (autore, lo scorso anno, di un notevolissimo debutto di cui si è parlato troppo poco).
Al momento di esordire in proprio sceglie di fare tutto da sé, e con modalità insolite: registra in varie location (ma soprattutto nel suo appartamento a Bronzeville, nell'ispido South Side della Windy City) servendosi unicamente del proprio cellulare, sostituendo da sola un intero ensemble ma lasciando spazio soprattutto al suo spiritato clarinetto, voce enigmatica come l'oracolo del titolo.

Ed è uno smisurato inno alle infinite potenzialità di questo strumento apparentemente limitato, che qui diventa invece un alito ancestrale, un Suono assoluto (un flauto, un violoncello, un organo), ma capace pure di calarsi nella realtà, dando fiato a un senso di oppressione che nessun progresso sociale potrà mai davvero stemperare. Un surplus di magia è poi donato dall'incantevole voce di Angel (mai nome fu più appropriato), che per le misteriose vie dell'aria pare fatta della stessa non-materia del clarinetto, dolorosa come un lamento di Billie Holiday, impalpabile come un acquerello di Beverly Glenn-Copeland, oltranzista come un attacco isterico di Patty Waters. I numi tutelari di una simile meraviglia non possono che essere giganteschi: la somma vestale Alice Coltrane, innanzitutto, ma anche l'etno-primitivismo di Pharoah Sanders, i campi magnetici astrali di Sun Ra e la absolutely freedom dell'Art Ensemble Of Chicago. La rozzezza dell'incisione dona una grana tutta particolare a queste raccolte messe da scantinato, la stessa del 16mm gonfiato in 35 (o della Polaroid in copertina).

Una personalità unica, insomma, ma che sa misurarsi con un’eclettica gamma di soluzioni. "Destination" è un requiem per il compianto Yusef Lateef, declamato in una stanza riverberata e massaggiato da uno scarno piano elettrico, informe tanto quanto è squadrata "Black Family", fumi di voci sospese su un ipnotico pattern di batteria prima di spiccare il volo nel disgregato finale. Le tastiere tornano protagoniste su "What Shall I Tell My Children Who Are Black", dedicata all'artista Margaret Taylor-Burroughs, performance vocale da brividi che si moltiplica come le teste di un'idra, gioco di specchi e possessione rituale. Dopo il cavernoso intermezzo Braxton-iano di "Impepho", conteso tra scabre percussioni e uno sguisciante phaser, è la volta della parabola più intensa del lotto, "We Are Starzz": un threnos sconsolato, straziante, mortifero eppure carico di arcana vitalità, lo stesso sentimento che può animare la vittima di un trauma così tremendo da azzerare il passato e costringere a guardare avanti, magari nel bolero agrodolce di "London". I 15 minuti di "Capetown", con ospite il batterista sudafricano Asher Simiso Gamedze (un figlio segreto di Rashied Ali, si direbbe), sono a metà tra Albert Ayler e i Last Poets, mentre la title track è un blues pianistico solennemente sguaiato, annegato in un pianto catartico che è magnifica conclusione per un'opera sempre sul punto di sgretolarsi in lacrime.

In un panorama inflazionato da troppi sciamani usa-e-getta pompati oltre i loro meriti (non mi riferiscono necessariamente a Kamasi Washington, ma dovendo proprio sganciare un nome…), il vento ascetico di Angel Bat Dawid è un incantesimo che riporta il jazz più o meno free alla sua essenza primordiale, proiettandolo al contempo verso un orizzonte ancora tutto da esplorare. Ennesimo centro per la International Anthem, ormai rifugio sicuro per gli sperimentatori dell'Illinois (Rob Mazurek, Makaya McCraven, Jeff Parker tra gli ultimi, soddisfattissimi clienti).

(18/02/2019)

  • Tracklist
  1. Destination (Dr. Yusef Lateef)
  2. Black Family
  3. What Shall I Tell My Children Who Are Black (Dr. Margaret Burroughs)
  4. Impepho
  5. We Are Starzz
  6. London
  7. Capetown (feat. Asher Simiso Gamedze)
  8. The Oracle


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