Cage The Elephant

Social Cues

2019 (RCA) | indie-rock

Negli undici anni che vanno dall'omonimo album di debutto a questo "Social Cues", la carriera dei Cage The Elephant ha disegnato una traiettoria a zig zag, che di disco in disco li ha avvicinati a nuovi generi abbandonati poi con la stessa facilità. Certo è però che il fil rouge che unisce questi cinque titoli sia la fedeltà di base a un indie-rock lineare ed energico, che a cavallo tra gli ultimi due decenni ha segnato la fortuna della band presso il pubblico inglese. Frequente è stata l'influenza del natìo Kentucky e più in generale degli States, esplorati nel quarto, psichedelico "Tell Me I'm Pretty", prodotto da un azzeccato Dan Auerbach.
Incostante è anche la rotta qualitativa dei CTE, che ha segnato vette stazionarie solo nel 2013 di "Melophobia", per poi ridursi, nel caso degli altri lavori, ai soli singoli o a un pugno di brani. Che sono tuttavia sempre bastati a garantire al gruppo di Matt Shultz un posto nei piani medio-alti delle classifiche delle vendite, dall'una e dall'altra parte dell'oceano.

Accolto più o meno unanimemente come il disco della maturità dei Cage The Elephant, "Social Cues" lo è e, allo stesso tempo, non lo è. Certamente i testi, che mettono al centro più o meno direttamente il recente divorzio di Matt Schultz, trasudano vita vissuta e sono, sì, molto più maturi che in passato. Questo quinto disco è comunque solcato dalla solita discontinuità e dalla congenita incapacità di tenere il proprio suono su binari ben definiti, facendolo deragliare da un'influenza all'altra, talvolta un po' grossolanamente.
Si parte con "Broken Boy", che da una parte sfodera un riff tirato a lucido e un drumming concitato, marchi di fabbrica dei primi anni della band, ma dall'altra inizia a infiltrare una fumosa inquietudine nell'atmosfera. Più obliqua e ancora più scura è "Tokyo Smoke", pervasa da un'incontrollabile elettricità notturna e da febbrile insofferenza. L'abisso più profondo toccato dal disco è però "House Of Glass": basso minaccioso, sferzanti interventi di chitarra elettrica e un flow che ricorda "Karmacoma" dei Massive Attack.
Dopo un divorzio non rimane però soltanto la rabbia, ma anche un fiume in piena di rimorsi e dolorose prese di coscienza. E con loro una serie di languide ballate soffuse, accompagnate dall'inevitabile orchestrina ("Love's The Only Way", "Goodbye", "What I'm Becoming"). Di queste si salva, grazie a un andamento vellutato e oscuro abbastanza credibile, soltanto l'ultima.

Più convincente nei medesimi panni è l'americanissima "Black Madonna", che scivola sinuosa come un serpente emanando torbide vibrazioni blackkeysiane. Pregevole e schizofrenica è invece "Night Running", molto probabilmente grazie all'estro e alla sapienza dell'ospite d'eccezione Beck, con il quale Schultz inscena un dialogo surreale su una base di blues mutante ed effettini assortiti.
Meno originali, ma sempre capaci di catalizzare l'attenzione mediante un buon ritornello ("Ready To Let Go") o un'interessante miscela di strumenti ("Skin And Bones") tutti gli altri brani in scaletta.

(13/05/2019)

  • Tracklist
  1. Broken Boy
  2. Social Cues
  3. Black Madonna
  4. Night Running
  5. Skin and Bones
  6. Ready to Let Go
  7. House of Glass
  8. Love's the Only Way
  9. The War Is Over
  10. Dance Dance
  11. What I'm Becoming
  12. Tokyo Smoke
  13. Goodbye


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