Chai

Punk

2019 (Otemoyan) | dance-punk

Le Chai sono un quartetto di Nagoya che per qualche motivo sembra aver mandato in visibilio la stampa alternativa occidentale.
La musica indie giapponese sta vivendo una delle sue stagioni più colorate, eppure nessuno dei suoi nomi di punta ha destato attenzione fuori dai confini nazionali. Poi all’improvviso una band che in patria si autodistribuisce e vanta un culto risicatissimo sembra diventare, per gli addetti ai lavori anglofoni, la salvatrice della propria scena. 
Qualcosa non quadra, ma non servono approfondite indagini per scoprire le ragioni di questa distorsione: a differenza dei nomi di punta connazionali, le Chai si sono interessate a ottenere una distribuzione negli Stati Uniti prima e in Gran Bretagna poi, trovando l’appoggio di etichette indipendenti quali Burger e Heavenly rispettivamente.

Questa mentalità campanilistica secondo cui meriti attenzione soltanto chi viene distribuito sarebbe meritevole di attenzione, in quanto non riguarda invero soltanto la musica non anglofona: ci sono casi di band britanniche che la stampa americana non ha degnato di uno sguardo in quanto non distribuite nel proprio paese. Tuttavia, nel caso delle nazioni in cui non si parla inglese, la discrepanza diventa eclatante: le band britanniche che non trovano distribuzione negli Usa sono solitamente nomi minori, mentre nel caso della scena giapponese, si tratta dei colossi locali. 
E non accade certo da ora: è dagli anni Novanta che si spaccia come le più grandi band del Giappone gente che a livello locale ha al massimo un buon seguito (Cibo Matto, Pizzicato Five), quando non è del tutto underground (Boredoms). Non che la qualità si misuri col numero di fan, tuttavia si sta parlando di una scena che ha generato una marea di nomi che hanno saputo sposare esplorazione artistica e interesse del pubblico, fino ai vertici del mainstream, e vederne trattata solo una fetta minuscola, che ha l’unico merito quello di aver cercato una distribuzione fuori dalla sua nazione, appare un po’ svilente. Soprattutto per i giornalisti, che dimostrano così di aspettare che il pasto venga loro servito già pronto e non mostrano alcun interesse per l’andarselo a procurare.

Ma in tutto questo, le Chai? In realtà sul disco in sé c’è pochissimo da dire: è pappetta dance-punk già sentita un milione di volte, con pezzi più o meno tutti uguali fra loro e testi che mescolano frasi giapponesi e slogan inglesi elementari, dai quali emerge un divertito approccio a dimostrare che le ragazze giapponesi non sono solo bambine obbedienti, come le vorrebbe la loro nazione. E dove c’è anche solo una pallida ombra di femminismo, la stampa anglofona attuale non può che andare in visibilio.
Femminismo in teoria giustissimo, ma che sarebbe di certo più convincente se corroborato da elementi solidi e dimostrante più coerenza. Per esempio con slogan un po’ meno infantili di “Do you do housework? It’s a great job”. Oppure esprimendosi in maniera diversa rispetto alla fastidiosa vocalità da bambine/gattine a cui anche le Chai ricorrono, utilizzata dalla larghissima maggioranza dell’universo pop nipponico al femminile per titillare le fantasie sessuali di chi stravede per tutto ciò che è kawaii.

(30/04/2019)

  • Tracklist
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  1. Great Job
  2. アイム・ミー (I'm Me)
  3. ウィンタイム (Wintime)
  4. This Is Chai
  5. ファッショニスタ (Fashionista)
  6. Family Member
  7. カーリー・アドベンチャー (Curly Adventure)
  8. Feel the Beat
  9. フューチャー (Future)
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