Christian Scott aTunde Adjuah

Ancestral Recall

2019 (Stretch Music/Ropeadope) | jazz fusion, nu jazz

Dopo due anni dalle sperimentazioni incostanti della "Centennial Trilogy", ritorna il prolifico e talentuoso trombettista di New Orleans. "Ancestral Recall" prosegue nel solco stilistico tracciato dai tre album del 2017, inquadrando il tutto in una dimensione etnica espressamente caratterizzata (in particolare, nell'utilizzo delle percussioni, onnipresenti e pervasive), anche più che nei predecessori.

Scott cerca di operare una sintesi tra radici etniche, tradizione jazz e modernità elettronica, e nel farlo ha trovato un modo personale di ricerca del suono ed espressiva. Il problema è che, nuovamente, si intravedono i limiti del suo songwriting in questa veste, come se lui abbozzasse sparute idee melodiche per poi innestarle su basi scarne e ripetute, aggiungendoci qualche tocco suo giusto per spezzare l'andamento ma senza sviluppare il tema sonoro - al quale pensano di più gli ospiti, che però suonano come trattenuti dall'arrangiamento cercato da Scott. Nel complesso c'è un'eccessiva rarefazione nell'album, troppe idee melodiche disperse e diradate, alternando luci e ombre. Peccato, perché spunti interessanti non mancano e l'attitudine intimista conferisce un tocco caldo e avvolgente al tutto, che cresce soprattutto con gli ascolti successivi.

Se "Her Arrival" è tinta di tonalità latinoamericane, "I Own The Night" è più oscura, con tappeti di tastiere, basi ritmiche tribali ed elettroniche squarciate dalla dolente tromba di Scott e un approccio atmosferico che si avvicina ai Radiohead e al Thom Yorke solista. "Forevergirl" mostra interessanti tratti vocali alternando nenie eteree e un rap frenetico sopra le percussioni in upbeat, mentre le note di tromba aleggiano nell'aria e una chitarra ripetuta arpeggia in lontananza. "Overcomer" è quasi spiritual.

"Song She Never Heard" è forse il brano migliore, con melodie incisive inizialmente sviluppate in maniera troppo rarefatta (avvicinandosi alle atmosfere dei primi Bark Psychosis ma con meno vigore), tromba ovattata e beat elettronici troppo monotoni, per poi crescere in atmosfera quando subentra il sassofono dell'ospite Logan Richardson. Il suo intervento conferisce più vitalità e sapore al tutto, e per approccio ricordano anche il suo ultimo album "Blues People", uscito nel 2018, dove le note riecheggiano in maniera tenue tra i vari effetti. 

Scott predilige troppo i soundscape, ma non sembra avere attualmente l'estro adatto per realizzare in maniera definitiva ciò a cui punta. I brani suonano più come rehearsal per provare idee sonore sparse da assemblare in seguito assieme con più ragionamento, ma nelle intenzioni del musicista questa è la loro forma compiuta. Il risultato naviga in un crocevia tra ambient, elettronica, jazz e world music potenzialmente interessante ma senza guizzi. I momenti più atmosferici sono emotivamente contenuti, quelli più sonori dove si cerca di evidenziare la tromba si diluiscono in questi patchwork, e l'elemento ritmico risulta alla lunga troppo monotono. 

Un peccato, per un talento che con "Stretch Music" nel 2015 aveva realizzato uno dei dischi jazz più significativi del decennio e mostrato tutto il potenziale che queste contaminazioni possono offrire. Chi avesse comunque apprezzato molto la proposta della "Centennial Trilogy" sarà soddisfatto anche da questa uscita, che mantiene le stesse fondamenta ma con un tratto più gradevolmente "afro" ed etnico-percussivo.

(04/04/2019)



  • Tracklist
  1. Her Arrival
  2. I Own The Night
  3. The Shared Stories Of Rivals (KEITA)
  4. Forevergirl
  5. Diviner [Devan]
  6. Overcomer
  7. Songs She Never Heard
  8. Ritual (Rise of Chief Adjuah)
  9. Prophesy
  10. Before
  11. Double Consciousness
  12. Ancestral Recall
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