Helium Horse Fly

Hollowed

2019 (Dipole Experiment Records) | avantgarde, dark noise, art-rock

A sei anni dall’omonimo album caratterizzato da tinte più marcatamente metal, torna la band di Liegi con un disco che si conferma degno proseguimento delle sperimentazioni degli esordi. Già dalle illustrazioni e dall’artwork inquietante targato David McCraven appare chiaro cosa dovremmo aspettarci e questa volta gli oscuri presagi saranno felicemente confermati. I punti cardine già citati restano ben saldi, ma sono impreziositi da suoni ancor più grevi che, con la presenza della voce puntuale e quasi litanica di Marie Billy, creano atmosfere languide e non proprio rilassanti.

Le divagazioni dissonanti e l’utilizzo non comune del tempo musicale math/post rock aumentano la tensione dell’ascolto che si trasforma, col passare dei minuti, in una continua scoperta che mai sfocia in una ricerca ossessiva della sperimentazione a tutti i costi, potenzialmente tanto lodevole nel coraggio quanto sgradevole all’ascolto.
L’utilizzo del “rumore” è più oculato che in passato (tranne nei feedback di “In A Deathless Spell”) e tale da non spaventare mai i meno avvezzi a certi suoni cacofonici, mentre i silenzi nelle fasi più placide creano una sorta di altalena emotiva tra paesaggi stregati e brutalità purificatrice.

Il trio Dupont, Iannello, Chevigné a chitarra, basso e batteria segue la strada del rock strumentale, crescendo nel corso dei pezzi, fino a creare caratteristici muri sonori propri del genere. La varietà stilistica del gruppo belga che, come nell’opening quasi industrial “Happiness”, a volte si trascina nell’avantgarde jazz attenua l’apparente pesantezza del sound, pur non riuscendo sempre con accuratezza a trasformarsi in vera e propria peculiarità.

Oltre che registrato da Xavier Dromard e prodotto dallo stesso e da Stéphane Dupont, il nome legato al mastering, Brian Lucey, vi aprirà gli occhi non solo per il legame di quest’ultimo con le opere di Ghost e Marilyn Manson ma anche per quello con David Lynch, il cui surrealismo cinematografico sarà esaurientemente ma non esclusivamente rappresentato dal pezzo “Monochrome”, mentre sarà la sezione ritmica di “Algeny” in combutta con i deliri vocali di Marie Billy a regalarvi le più solide convinzioni sulla validità dell’album, sempre che non abbiate idiosincrasie per l’inquietante.
L’unica cosa per cui non posso convincervi è sul come uscirete da quest’ascolto: a cena con la morte si esce morti o mai più.

(24/02/2019)

  • Tracklist
  1. Happiness
  2. In A Deathless Spell
  3. Algeny
  4. Progeny
  5. Monochrome
  6. Shelter


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