In Flames

I, the Mask

2019 (Nuclear Blast) | metal

Il nuovo full-length targato In Flames convince più dei suoi predecessori ed è probabilmente il miglior album del gruppo degli ultimi otto anni, per quel che può valere. Nel disco cercano di esprimersi due tendenze contrapposte, una che insiste sul lato radiofonico (purtroppo continuando a mancare di personalità e facendo ricorso a stilemi pre-confezionati) e un'altra che vuole rinverdire il riffing più genuinamente svedese del gruppo (ma senza troppa convinzione). Se la speranza è che ciò offra varietà nonché spunti godibili, in realtà a lungo andare manca l'equilibrio tra i due aspetti. In questo il lavoro si rivela inferiore al recente nuovo album dei colleghi Soilwork.

Stilisticamente "I, The Mask" potrebbe essere posto a metà strada fra il più concreto "A Sense Of Purpose" del 2008 e quel "Sounds Of A Playground Fading" del 2011 che ha segnato il declino creativo del gruppo di Gothenburg dopo la partenza del chitarrista fondatore Jesper Strömblad. Più in generale, si nota un parziale recupero dell'ispirazione compositiva che si traduce in una maggiore cura per linee vocali, riff e assoli rispetto al precedente "Battles". 

Il discorso è chiaramente relativo, perché il lavoro finale rimane discontinuo a livello di qualità dei singoli brani. Permane di fondo la formula ripetitiva ormai consolidata, che attinge da una versione annacquata delle tendenze più mainstream del metalcore melodico americano, enfatizzandone le melodie vocali con risultati altalenanti ed evitando di infondere maggiore originalità nel songwriting o anche un minimo di sperimentazione sonora. Ciò dipende anche dalla direzione ottenuta assieme al produttore Howard Benson, che nuovamente partecipa (interferisce?) nella scrittura dei brani, assecondando le idee di Fridén dandovi un'impronta pop-metal al solito orecchiabile ma eccessivamente autoindulgente e datata. Non ci sono altri interventi esterni, tranne che in un brano, e per fortuna ciò limita l'ampollosità in cui sfociava "Battles".

Il lato chitarristico, in ogni caso, risulta complessivamente più consistente e meno "plasticoso" che nel precedente disco. Anche il cantante Anders Fridén sembra essere più ispirato e (autotune a parte) meno ritoccato in fase di produzione, con una prestazione più vissuta e dinamica. Rimane però il lato più debole del gruppo, alternando linee vocali emozionanti e trascinanti ad altre più insipide che stemperano la carica strumentale (in particolare nei due trascinanti singoli "I Am Above" e "Burn"), e scrivendo testi scarsamente caratterizzati.

Va segnalato il gradito ritorno occasionale della chitarra acustica: si ritrova principalmente nelle power-ballad "Follow Me" e "Stay With Me". Sono anche due pezzi che mostrano luci e ombre, la prima coniuga i suoi piacevoli inserti acustici a un ritornello emotivo come andava di moda nei primi anni 2000 e a chords da band alternative-metal americana, energici ma troppo scontati, che sarebbero sembrati vecchi persino all'epoca; la seconda diluisce lo strumento in mezzo a melodie atmosferiche espressive ma formalmente banali.
Ma in generale tutto il disco alterna alti e bassi. Alcuni brani vedono un egregio lavoro chitarristico porre una pezza a un cantato migliorabile, come su "All The Pain"; oppure, al contrario, quest'ultimo viene rovinato da un ritornello pessimo, come su "Call My Name". La title track, invece, è la più "pestata", seppur in maniera stantia.

Tra le canzoni migliori, per chi scrive, vi sono la trascinante opening "Voices", con un Fridén incalzante e chitarre accattivanti (che però riprendono riff da "Borders And Shading" e "Discover Me Like Emptiness" del 2004). È simpatica anche "We Will Remember", che si distingue dal resto del disco offrendo un mix di riff in stile post-hardcore/emocore, altri a tratti hard-rock e un altro ribassato in stile nu-metal, mentre il testo è una scusa per citare titoli di brani passati del gruppo.
Tra i momenti peggiori dell'album c'è "In This Life", che gioca di nuovo la carta dell'emotività, finendo però per suonare fin troppo melensa e derivativa: scritta a più mani con Benson e i "guest producer" Seann Bowe e Lenny Skolnik, risulta piatta e impersonale riciclando stereotipi di mille gruppi pop-screamo californiani.
Ma degna del precedente, pessimo album è in particolare la terribile "(This Is Our) House", che cerca di suonare anthemica e invece sembra una brutta copia degli Skillet.

Da segnalare anche che, prima delle registrazioni, il bassista Peter Iwers ha lasciato il gruppo dopo 20 anni dal suo ingresso: il suo ruolo è stato temporaneamente affidato a Bryce Paul Newman. Anche il giovane batterista Joe Rickard ha ceduto il posto al turnista Andrew Tanner Wayne, proveniente dalla scena post-hardcore/screamo californiana. Ma nell'economia del gruppo tutto ciò è irrilevante, perché il songwriting è ormai appannaggio di Björn Gelotte, di Anders Fridén e, in parte, di Howard Benson.

(09/03/2019)



  • Tracklist
  1. Voices
  2. I, the Mask
  3. Call My Name
  4. I Am Above
  5. Follow Me
  6. (This Is Our) House
  7. We Will Remember
  8. In This Life
  9. Burn
  10. Deep Inside
  11. All the Pain
  12. Stay With Me
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