Joni Void

Mise En Abyme

2019 (Constellation) | elettronica, plunderphonics

Per Jean Cousin la tecnica del plunderphonics non è solo un metodo per riorganizzare sonorità e voci preesistenti in nuove composizioni, è soprattutto un filo comune sul quale far discorrere linguaggi e vibrazioni in costante dissonanza e discrepanza, con una progettualità che è affine al collage, al mosaico. Le sue creazioni sono frammentarie eppur composite, appunti elaborati e poi scompigliati con metodo e dunque ricontestualizzati.

L’acclamato esordio per la Constellation a nome Joni Void (in precedenza l’artista francese aveva inciso come Johnny Ripper) sembrava aver detto tutto il possibile sull’arte del musicista francese: un concentrato di futurismo e vintage che del lessico elettronico sfruttava tutte le sfumature finora note, senza mai ripeterne le vacuità estetiche.
Non è stato un parto facile il nuovo album “Mise En Abyme”, un progetto che non segue la scia di “Selfless,” né ambisce a rinverdirne i fasti, peraltro nato dopo una serie di eventi che avevano messo in forse il prosieguo della carriera del musicista: la definitiva rottura con il collettivo The Plant, il furto dei suoi due computer, un permesso di lavoro negato dal servizio immigrazione, il ritiro dai social e il ritorno momentaneo in Francia.

A denti stretti Jean Cousin ha ripreso in mano il suo destino di artista outsider. “Mise En Abyme” vuol dire “inserito nell’abisso”, ovvero una tecnica estetica che consiste nel collocare un’immagine dentro se stessa fino all’infinito, l’abisso è il punto nel quale l’immagine scompare, scardinando l’ultima resistenza dell’Io.
Il viaggio nel mondo dell’arte, della musica, della poesia e della filosofia di “Selfless” è ora diventato un viaggio interiore, un’esplorazione di ricordi e memorie rinverditi da vecchie registrazioni su videocassette, suoni rubati a vecchi videogame e conversazioni catturate da nomadi interazioni antropiche.

Album più intimo, il termine introspettivo non solo non è adatto ma confonderebbe le idee, il nuovo disco di Joni Void è il frutto di una dislocazione emotiva suggerita da immagini e suoni che indugiano su malinconiche riflessioni.
In una sequenza caratterizzata da una tensione continua, da “Paradox” a “Resolve”, ci sono elementi di raccordo e di contrasto: al beat quasi giocoso e pop di “No Reply” e alla delicata nostalgia della crepuscolare “Persistence”, si contrappongono la melodia-non-melodia di “Dysfunctional Helper” e la crescente inquietudine di “Voix Sans Issue”, quest’ultime entrambi aggrovigliate intorno alla disgregazione del canto e della voce.
Bip che si trasformano in ritmo (“Abusers”), voci umane che abusano dei vuoti di memoria sconvolgendo la percezione cerebrale (“Deep Impression”), note ossessive che col mise en abyme più che riflettere all’infinito distorcono la realtà, fino a lambire una pericolosa claustrofobia (“Safe House” con tanto di campionamento di uno degli album più amati in gioventù dal musicista francese: "Resolve" di Langwagon).

Questo sopra detto e tant'altro agita le ambigue sonorità delle dodici tracce di “Mise En Abyme”, una sorprendente elaborazione in chiave elettronica delle moderne fobie dell'uomo, frutto dell’isolamento e dell’emarginazione spirituale.

(20/04/2019)



  • Tracklist
  1. Paradox 
  2. Dysfunctional Helper
  3. Lov-Ender
  4. Abusers
  5. Non-Dit
  6. No Reply
  7. Safe House
  8. Cinetrauma)
  9. Voix Sans Issue
  10. Deep Impression 
  11. Persistence
  12. Resolve




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