Liberato

Liberato

2019 (Autoprodotto) | r&b, canzone napoletana

Premessa

Come fu per l'assassino di Laura Palmer, da due anni questa domanda ci tormenta: "Chi è Liberato?". Coloro che hanno deciso di investire in questo progetto hanno probabilmente scelto di non rivelare il volto del moniker. Eppure, a differenza dei vari Burial e Nthng, qui la ragione non è un anonimato legato a un peculiare intento personale. Liberato non ha un volto noto perché è stato disegnato e pensato per essere "Napoli". Non quella vera, geografica; piuttosto una sua cartolina. È chiaro che la voce del progetto abbia nome e cognome, come è probabile che si tratti di un artista emergente della scena rap napoletana, affiancato dalle mani esperte di un paio di produttori. Liberato non è uno, ma un progetto corale, costoso e impegnativo. All'inizio, quando fu ideato il tutto, doveva sembrare un azzardo, una follia. Poi, però le visualizzazioni di "9 Maggio" cominciarono a parlar chiaro. I successivi brani si rivelarono un successo esponenziale; qualcosa cambiò, sempre più persone saranno state necessarie per mandare avanti una macchina di questa mole, fino ad arrivare a un concerto al centro della movida napoletana, esattamente un anno dopo l'uscita del primo singolo.

Il 9 maggio 2019 arriva l'attesissimo disco. "Liberato" non si può giudicare come un semplice album. La musica va analizzata insieme al suo universo semantico. Per questo motivo, la recensione che segue è da intendersi come una rilettura del progetto in chiave critica, che passa per la componente visiva dei singoli (i dieci video diretti da Francesco Lettieri), la componente culturale e, ovviamente, la componente musicale.

"Liberato"

Napoli non è solo una città. Chi la abita lo sa benissimo. È un cosmo metropolitano che si estende da Mondragone fino alla Costiera Sorrentina (senza dimenticare Ischia e Capri), i cui confini sono sfumati e impercettibili a causa della continuità ininterrotta dei centri abitati. In questa vastissima area c'è l'imbarazzo della scelta: scorci da sogno, panorami mozzafiato, baraccopoli, palazzi storici, grattacieli, aree industriali, aree rurali, subculture, controculture, integrazione, discriminazione, asfalto, boschi, immondizia, cemento, mare. Per un regista, Napoli è Cinecittà a cielo aperto. Ma lo è anche per chi fa musica. L'arte prova a raccontare da secoli questa poesia dei sensi, questo mondo sospeso tra paradiso e inferno, come lo definì Goethe. Neomelodici, cantautori, pittori, poeti, scrittori, in tanti hanno provato a dire la loro. Cosa ha di diverso Liberato? Non molto, se non l'epoca storica e una spinta verso l'inclusività, sempre più rara di questi tempi.

Al pari di quel che furono "Lemonade" di Beyoncè, "DAMN." di Kendrick Lamar e "The Life Of Pablo" di Kanye West, Liberato (e il suo team) hanno tracciato un progetto musicale che è più vicino a una vera e propria storia romanzata di identità culturale. Siamo molti passi avanti rispetto al concept-album, qui si parla di customer experience. Se nel passato bastava una chitarra per raccontare il disagio dei ghetti, ad oggi serve un ufficio marketing al completo. È un male? Non necessariamente; si chiama futuro (o meglio presente). Nell'epoca postmoderna è il pubblico il committente dell'arte, e il pubblico vuole essere intrattenuto su tutti i fronti, vuole legarsi emotivamente al progetto, vuole sentirsi parte di esso.
Qui entra in gioco la mente visionaria di Francesco Lettieri che, dopo le esperienze con i vari moniker dell'indie italiano, non aspettava altro che tornare nella sua Napoli per raccontarla con i suoi occhi. Minimalismo compositivo, simmetrie à-la Wes Anderson, i colori pastello di Spike Jonze, riferimenti ai classici del cinema, i corridoi dell'amore di Wong Kar-Wai, gli scatti in serie de La Jetée sono solo alcuni dei filtri stilistici scelti per raccontare le storie di Liberato.

Le storie che raccontano i video condividono questo "Liberato Cinematic Universe" (come denominato ironicamente dai fan), una Napoli romantica, immersa in un'estate eterna di amori e passioni, dove i personaggi interpretano a turno i molteplici volti della vita partenopea. "9 Maggio" è la prima esperienza per ogni napoletano: l'infanzia. Essere bambini a Napoli, viverne le strade con innocenza è qualcosa di imprevedibile. È un percorso accidentato dove basta poco per prendere una cattiva strada, ma basta altrettanto poco per non restare mai soli.
Il beat è lento, cadenzato, ma profondo. Nel progetto di Arca con Jesse Kanda si erano già sperimentati battiti così rallentati e melodici, tuttavia Liberato protende verso l'orecchiabile, non verso l'esperimento. Gli urletti in autotune sono figli degli auto-campionamenti di Childish Gambino e Frank Ocean, ma sono diventati col tempo il marchio di fabbrica di ogni ritornello dell'artista. Il pezzo era ancora acerbo e innocente, pur incarnando quell'attitudine alla hit che non mancherà negli altri singoli. Poi arriva l'adolescenza, vista dagli occhi di Adam e Demetra. Il topos letterario dell'amore tra ceti sociali diversi è il tema di "Tu t'e scurdat' 'e me", "Intostreet" e "Je te voj bene assaj". Il pathos di una scintilla scoccata sotto il sole di Napoli è un'emozione unica, fatta di simboli, luoghi e ricorrenze: la prima giornata al mare in coppia, le tappe di un sabato sera, la partita vista con gli amici.

Anche "Tu t'e scurdat' 'e me" possiede uno scheletro sonoro derivato da Childish Gambino, quello di "Oakland" più che dalle sue ultime trovate. Quando la drum machine aumenta la velocità, Liberato sfodera il suo volto trap & bass più poderoso, svelando al pubblico italiano un genere relativamente poco diffuso (si vedano i vari Hoodboi, Sable, VesperTown). "Intostreet" e "Je te voj bene assaj" seguono lo stesso solco, ma con migliorie dal punto di vista lirico, che svettano per suggestioni ottenute ("Tachicardia e poesia", "Honey nun è cosa 'e se 'nnammurà/ 'Stu vaso è 'na catena, nun me fa penzà").
Il video di "Gaiola Portafortuna" racconta l'integrazione multi-culturale delle periferie: la location non è San Diego, bensì Castel Volturno, poco lontano da Napoli. L'amore (perduto, ma stavolta in cerca di perdono) resta il leit-motiv della musica e delle immagini: la storia turbolenta di due ragazzi latinoamericani, non meno napoletani degli altri. Il brano contenuto nel disco, invece, si chiama solo "Gaiola", ed è la versione addolcita di "Gaiola Portafortuna". Il singolo viene reinterpretato in forma di ballad melodica fatta solo di autotune e piano. Dove c'erano i ritmi caraibici e trap del singolo originale (che ricordavano molto "Love$ick" di Mura Masa), in questa nuova edizione restano i silenzi romantici da dedica al chiaro di luna, forse perdendo lievemente di aderenza al tono generale del progetto. "Me staje appennen' amo'" è la prova del fuoco. Si cambia disco, o quasi. 4/4 senza pietà. Il quarto singolo di Liberato è il suono di quello che racconta: diversità e divertimento. Sirene che mutano in grida pitchate, un arpeggio veloce, la cassa che batte. Intermezzo di cori (come usava Frankie Knuckles), calo dei bassi, strofa romantica e via, di nuovo al massimo col refrain. Stavolta, gli astri guida sono da individuare nella rinata musica house di producer quali Mall Grab, Bicep e Dj Boring.

Se il leit-motiv dell'amore complicato resta, è il tempo e il luogo che cambia. A distanza di due anni esatti dall'inizio del progetto, all'improvviso spunta su YouTube "Capri Rendez-Vous": una storia in cinque episodi diretta da Lettieri e musicata da Liberato, che - in cinque stili registici differenti - ci racconta la passione tra Carmine e Marie, nell'arco di oltre cinquant'anni, dal 1966 ad oggi. Lei, giovanissima attrice francese impiegata in un film a Capri, che conosce il timido Carmine, barcaiolo addetto ad accompagnarla in albergo. Un giro sotto i Faraglioni, un tuffo dalla barca, un bacio rubato. Basta questo sotto il sole della Costiera per far iniziare un amore che li segnerà per sempre. In questi frangenti appare per prima "Guagliò", che incrementa il sapore latino del disco, mescolando una ventata reggaeton con i toni di "AIM" di M.I.A., tra dialetto, francese, inglese e suono di pistole, con una chiusura di collage di batteria campionata in perfetto stile Dj Shadow dei tempi di "Entroducing...". Segue, "Oi Marì", che riporta le note dolci in campo, ricollegandosi alla calda "Summertime Magic" di Childish Gambino. I suoni richiamano i precedenti singoli, ma i versi si rivolgono al nuovo arco narrativo, con una maggiore attenzione per le parole ("Me ngatastat' 'rint' a 'nu suspir'/ Mmiezz' a' vij cant: "Stand by me").

Dagli anni 60, ci ritroviamo nel 1975, in una discoteca di Capri, dove Carmine scorge Marie nel fiore della sua carriera, mentre si scambia baci con il suo nuovo boyfriend. Lui getta la spugna, sperando - come dice "Nunn'a voglio 'ncuntrà" - di non vederla mai più. Quest'ultimo brano svela quel che può fare davvero Liberato. Tammurriata, Edm, trap & bass insieme in una distesa di palpiti di oltre sette minuti, che ci riporta nelle atmosfere danzerecce del video. I passaggi iniziali strizzano l'occhio alle sonorità da hit estiva, ma proseguendo nell'ascolto, il brano si dimostra capace di cambiare ritmo per quattro volte, restando coerente al tema, passando dall'elettronica di Sam Gellaitry alle falcate con strumenti tradizionali, tra triccheballacche e caccavelle. Ancora un passo avanti nella storia: siamo nel 1993, Carmine ormai ha famiglia. I due si incontrano per caso. Lei è ubriaca e sensuale, lui stanco. L'aria è ormai colma di desiderio, lei singhiozzando dice: "Fais-moi l'amour" e Carmine non resiste, sfilandosi la fede, sulle note di "Tu me faje ascì pazz'". Il passo è quello della trap portoricana; i bassi sempre più invadenti e deep, fino a una chiusura che lascia interdetti con quel lapidario "Faj semp chest/ you'll never change".

La narrazione fotografica à-la Chris Marker racconta dove sono finiti Carmine e Marie oggi. Lei torna a Capri per il funerale del regista di quel film che stava interpretando nel '66. Attraverso gli scenari del Cimitero Acattolico di Capri, lei raggiunge la tomba di Carmine. Non sappiamo cosa accadde dopo quella notte del '93, ma possiamo dedurre che sia stata solo un'altra notte di passione. Lei ritorna con la mente a quel giorno in barca, a quel bacio rubato, a quell'istante di felicità che resterà eterno nei loro cuori. "Niente" è la parola fine. La rassegnazione con un riff di chitarra sullo sfondo. Se proprio volessimo infilare il neomelodico in questa recensione, lo potremmo fare qui. Tuttavia, Liberato sapientemente attinge il colore dalla tradizione per dipingere con il suo stile. "Niente" non usa inglese, ma nemmeno l'italiano. È puro dialetto napoletano, forse l'unica vera dichiarazione d'intenti tra le righe: "Ca dint scorr o sang r'Odisseo/ So fatt cosi so partenopeo". Tra soft-rock e r&b elettronico che pavimentano le parole di Liberato, con "Niente" si vede il volto più cantautorale del progetto.

Conclusioni

Liberato non scopre nulla di nuovo, ma unisce armonicamente tradizione e innovazione. Guardando al panorama estero con una solida volontà di mantenere un'identità culturale, il concept sonoro resta fedele a se stesso, malgrado due anni di gestazione. La trap non risulta mai aggressiva perché non è mai pura (lontanissimi cenni emo-trap, sonorità r&b, house), i testi sono estremamente politically correct (considerando che un cenno alla marjuana sia annoverabile come innocente). Chi non mastica le classifiche statunitensi troverà tutto ciò assolutamente nuovo, ma sarà immediatamente cullato dal cantato in simil-dialetto che ispira una rassicurante italianità.
Liberato raccoglie le briciole della nuova black music e vi aggiunge il "suo" dialetto napoletano. Una lingua composta di parole tronche, sillabe dolci e colorite, quasi fatte apposta per rimare con l'inglese. I testi di Liberato non sono né in italiano, né in puro dialetto napoletano, bensì scritti in un mirabile pidgin, una lingua ibrida, studiata per essere orecchiabile grazie all'utilizzo di inglesismi ("Stongo tutt' I love you", "Guagliò, Don't Go"), espressioni proverbiali ("Staje 'nmmane all'arte", "Na bott' dint''o cor'", "Song nu guapp e'carton") e rime catchy ("Baby, tell me why/ Je te voglio bene assaje", "Mi corazon m'è luat o'sospir").

I suoi pezzi sono già nel cuore di tanti, per i mass media è un caso nazionale, la stampa di settore non riesce a parlar d'altro, quando si pensa a Liberato viene in mente solo Napoli, le canzoni che ormai i giovanissimi conoscono a memoria, i passages di scene partenopee ideate da Lettieri. Se lo scopo finale era questo, complimenti. La ventata esterofila di black music si è tradotta in napoletano. Non sarà la novità del secolo (Pino Daniele lo ha sempre fatto), ma è meglio rispetto alla stagnazione artistica. Le dietrologie e le congetture meglio lasciarle ai social; stesso discorso vale per le accuse di trovata marchettara. Il caso finirà sui lucidi dei corsi di marketing in men che non si dica, ma questo non è un demerito perché, ad oggi, per comunicare non basta la poesia, ci vuole anche l'ingegno.

(11/05/2019)



  • Tracklist
  1. Nove maggio
  2. Intostreet
  3. Je te voglio bene assaje
  4. Oi Marì
  5. Gaiola
  6. Tu me faje ascì pazz'
  7. Guagliò
  8. Me staje appennenn' amò
  9. Nunn'a voglio 'ncuntrà
  10. Niente
  11. Tu t'e scurdat' 'e me


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