Mac DeMarco

Here Comes The Cowboy

2019 (Mac's Record Label) | jizz-jazz, alt-pop

È difficile essere se stessi in un mondo omologato e tendente al conformismo. Soprattutto se hai sulle spalle un fardello ingombrante e scomodo, frutto di un’opinione comune sul tuo operato che a essere sinceri non corrisponde alla verità, o meglio a tutta la verità. E sì, Mac DeMarco è stato senz’altro il ragazzo fenomeno dell’indie-lo-fi made in Usa, ha disseminato frutti gradevoli ma non troppo sapienti, nonostante fossero ben conditi, e ha infine tradito le aspettative di chi credeva di avere il nuovo Jonathan Richman e si è ritrovato tra le mani un novello James Taylor in salsa Steely Dan o, come affermato dallo stesso autore, in salsa jizz jazz. Eppure nel percorso del giovane musicista canadese ci sono molti elementi degni dei grandi autori della moderna pop americana: è infatti uno dei pochi ancora capace di disorientare e deludere sistematicamente le attese, conservando una disordinata disciplina artistica, dove tutto è permesso e tutto è naturale.

Mac DeMarco non è assolutamente un autore ordinario o comune. Nelle sue canzoni tutto è vissuto in prima persona, senza filtri o giochi di prestigio atti a tenere alto il vessillo di ambasciatore di un nuovo idioma stilistico, il jizz jazz, un termine che per il musicista è sempre di più una provocazione artistica.
“Here Comes The Cowboy” è l’album che mette a nudo debolezze e schizofrenie con una potenza espressiva che lascia attoniti. Le canzoni a volte accarezzano con dolcezza, spesso nascondono distorsioni armoniche lievemente moleste, e qualche volta stridono e urtano, ma tutto sempre con innegabile maestria e un po’ di disincanto che affascina, lasciando scorrere il tutto come in un film privo di montaggio e colonna sonora.

DeMarco si confronta con le difficoltà e le paure, come quella di non essere riuscito ad accettare la grave malattia del padre. Gioca con l’appellativo scherzoso e affettuoso di cowboy che lo segue da quando era piccolo, e per la prima volta si abbandona alla malinconia. Come era prevedibile, sono i semi gettati nel precedente album “This Old Dog” che infine si sviluppano in questo nuovo contesto emotivo. DeMarco teme di affrontare la maturità, anzi quasi la sbeffeggia. Usa melodie carezzevoli e vellutate che non si addicono al suo ruolo di ribelle, ma che nel loro semplice aspetto pop-jazz nascondono qualche leggera insidia armonica degna dei migliori Hall & Oates (“Finally Alone”). Comincia altresì a mostrare i primi segni del tempo che passa, con una prestazione vocale che insegue il fascino dei crooner, scavando però troppo in fondo e trasformando una delicata preghiera in un grido quasi disperato (“Skyless Moon”).

“Here Comes The Cowboy” è senza dubbio il disco più accomodante di DeMarco, ma anche il più drastico. Non è infatti molto invitante il repeat ossessivo della title track (che evoca sia Johnny Cash che Kris Kristofferson), né appare subito comprensibile la voluta stoltezza di “Choo Choo”, anche se è nello strazio finale di “Baby Bye Bye”, abilmente simulato da accordi acustici quasi gentili, che il musicista denuncia con amarezza la fine delle illusioni.
Non sono semplicemente tredici canzoni, sono altrettanti modi del musicista di dialogare con se stesso e con tutte le sue anime: forse quella che ancora possiede un briciolo di speranza, nonostante il suono di synth finto-lounge tenti di depistarne la dolcezza (“Nobody”), o quella affascinata dalla bellezza e dalla grazia dei sempre amati Steely Dan nella lussuosa ed esotica “Preoccupied” o nella non meno raffinata “On The Square”.

E’ sconcertante come semplicità e ingegno collimino nel mondo di DeMarco. Non c’è un solo brano che non onori questo potenziale ossimoro, sia esso un morbido folk nella miglior tradizione cantautorale (“Little Dogs March”, “Hey Cowgirl”) o un soul-pop che non sfigurerebbe in un disco di inediti di Marvin Gaye (“Heart To Heart”), arrivando perfino a sfidare vertici emotivi che il musicista non aveva ancora esplorato, con l'eccellente ballata alla Nick Drake “K”.
Sono consapevole che molti ritengono la scrittura del musicista abbastanza approssimativa e prevedibile, e l’aver reso ancor più spoglie e nude le canzoni di “Here Comes The Cowboy” consoliderà in molti questa impressione. Ma l’inganno è ancor più dolce quando si nasconde dietro le lusinghe della melodia, un’arma che DeMarco ha imparato a gestire con una sapienza e una versatilità che molti vorrebbero possedere; soprattutto se a queste doti si uniscono un senso dell’umorismo e una verve capaci di ribaltare completamente la prospettiva, come quando l’artista si lancia in un ruvido funky-groove nella ghost track “The Cattleman's Prayer”.

Non siate impulsivi e non aspettatevi alcuna rivoluzione stilistica, anzi sfogate la vostra delusione per il tradimento delle origini più freak e scanzonate. Ma quando, rimettendo l'album sul giradischi o nel lettore cd, vi sentirete catturati da queste semplici canzoni e digressioni in formato canzone, non abbiate timore di esternare le vostre più recondite emozioni, le stesse che Mac DeMarco ha messo in musica nel suo album della maturità e della consapevolezza.

(13/05/2019)



  • Tracklist
  1. Here Comes The Cowboy
  2. Nobody
  3. Finally Alone
  4. Little Dogs March
  5. Preoccupied
  6. Choo Choo
  7. K
  8. Heart To Heart
  9. Hey Cowgirl
  10. On The Square
  11. All Of Our Yesterdays
  12. Skyless Moon
  13. Baby Bye Bye
  14. The Cattleman's Prayer (hidden track)




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